«Ogni notte accade un magnifico evento neurologico e psicologico: sogniamo. Ma il sogno si sottrae all’indagine. Non c’è psicoanalista o neuroscienziato che tenga: soggettivo per definizione, il sogno sfida l’oggettivabile che la scienza insegue. Ma di cosa parliamo quando diciamo la parola sogno?». L’ombelico del sogno è il terzo libro che Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e professore ordinario di psicologia, pubblica con la collana Vele della casa editrice Einaudi. Dopo Diagnosi e destino e Arcipelago N ci offre un viaggio onirico. Il titolo deriva da una costatazione di Sigmund Freud contenuta nel suo libro Die Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni); al centro di un sogno c’è sempre un tratto inafferrabile e l’ombelico è il ponte che collega all’ignoto, qualcosa di insondabile dove è necessario non forzare l’interpretazione, per non snaturare un misterioso accesso, essendo il sogno, sempre secondo Freud «una forma particolare di pensiero resa possibile dalle condizioni dello stato di sonno». Grazie a questo piccolo libro, solo nella dimensione, possiamo entrare dentro a tre stanze. Nella prima stanza il sogno viene esplorato come divinità, gli antichi guardavo ai sogni in funzione del domani, come premonizioni. Nella seconda stanza il sogno viene esplorato come aspetto inconscio. Cosa è il sogno per le psicoanalisi? Nella terza ed ultima stanza il sogno viene esplorato come produzione del cervello ossia un evento neurale. Perché sogniamo?
È una lettura intensa e per questo motivo conquista lo sguardo. Dopo essere uscita dalla seconda stanza ho sostato per riflettere su una caratteristica del sogno; come questo fenomeno sia in grado di produrre immagini tanto potenti e allo stesso tempo evanescenti e lo svanire non condiziona l’intensità emotiva. Forse questo risvolto è la causa che suscita la curiosa indagine, non solo dei medici, ma anche di poeti e scrittori. Il sogno quando si trasforma in narrazione è un ulteriore strumento per leggere la realtà, oltre a quello razionale. C’è un preciso punto del libro in cui Vittorio Lingiardi racconta come guarda il sogno mentre frequenta la sua professione: «quando mi raccontano un sogno, per prima cosa ascolto, poi cerco di cogliere la trama, e la coerenza narrativa, mi domando cosa a che fare con il sognatore. Quindi rivolgo domande, esploro associazioni, ricordi, fantasie». Per il professionista che ascolta diventa importante ragionare sul significato che assume il racconto di un sogno e immagino anche per il paziente che si ascolta, avendo appreso attraverso questa lettura, l’importanza del dialogo che ognuno di noi instaura con sé, un dialogo necessario per fare i conti con le proprie fragilità.
Percorrere un libro di Vittorio Lingiardi significa apprendere un argomento passando per tanti paesaggi: dalla storia dell’arte, alla letteratura e quel maestoso sguardo cinematografico. Con naturalezza e in profondità, apprenderemo che sogno e cinema sono amici, si riconoscono nel loro metodo narrativo, entrambi sono caratterizzati dal salto temporale e dall’elemento simbolico. Vi capita mai di esprimere gratitudine verso un libro che avete finito di leggere? Sono grata a questo viaggio onirico perché ho potuto prendere appunti e sottolineare, ho scavato nell’aspetto mitologico e religioso del sogno, ho desiderato rivedere Io ti salverò di Alfred Hitchcock, delineare la differenza tra fantasia e immaginazione, scoprire ed osservare l’opera del pittore Paul Delvaux, conservare il pensiero dello psicanalista Wilfred Ruprecht Bion: senza sogni non abbiamo strumenti per pensare e per risolvere i nostri problemi.
VITTORIO LINGIARDI
L’ombelico del sogno
Einaudi
