Leggere il cinema

 

ROMA  di Giovanna Pietrini

 

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Il linguaggio cinematografico si espande in campi sconosciuti alla parola, comunica con l’immagine, alla ricerca del movimento, con l’utilizzo del tempo e la visività. La realtà è montata per essere narrata, si accosta una inquadratura dopo l’altra per costruire una storia. Vi racconto di come un regista del calibro di Alfonso Cuarón riesce a manipolare il materiale girato in modo magistrale nel suo ultimo film, Roma. Il regista è anche lo sceneggiatore e nel testo appunta tutti i momenti di una famiglia messicana benestante che negli anni settanta vive a Città del Messico in un quartiere chiamato Colonia Roma. Cloe, sempre composta e dolce, è la domenistica tuttofare, l’asse di una storia intensa che racconta cosa significa crescere, accettare senza indugio e scommettere su una nuova avventura in modo sincero, senza fare finta di non essere stanca. In questo divenire è palese che Cuarón contrappone ad una immagine di donna che accudisce la vita, un’immagine di uomo che la distrugge con un ampio senso di irresponsabilità.

La poesia di questa pellicola risiede principalmente nel nostalgico bianco e nero, nella metrica dell’immagine dove la vita dei personaggi, senza approssimazione, si dipana attraverso gli sguardi, i gesti quotidiani. Il film è un quadro che esprime la fragilità dell’esistenza che affonda le proprie radici nella realtà, a volte spietata, ma che cerca ogni volta di farsi amare, nonostante tutto. Cuarón spende tutta la sua conoscenza in campo cinematografico per farsi dominare ancora una volta da uno stile aperto e potente con l’utilizzo di una simbologia spiazzante. La rappresentazione si fa portatrice di significati eterni come la tensione sociale tra i ricchi e i poveri, la schiavitù di nascita dei nullatenenti, la nuova ricchezza paragonata ad escrementi di cane, la cultura in decadenza in una esclamazione: una casa senza libreria è orrenda!

Il film ha vinto la 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e la sua distribuzione è ridotta a qualche giorno nelle sale italiane selezionate e poi uscirà su Netflix, che provvederà ad ammazzarlo, sarà sacrificata la sua magniloquenza perchè il cinema va consumato al cinematografo.

 

 

 

 

Il ragazzo più felice del mondo  di Giovanna Pietrini

 

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È una storia vera. C’è una persona che da più di vent’anni manda lettere cartacee scritte a mano a tutti gli autori italiani spacciandosi per un ragazzino di quindici anni. Nelle lettere, piene di complimenti, chiede sempre “uno schizzetto” in regalo. Il regista Gipi (Gian Alfonso Pacinotti) uno dei più famosi fumettisti e illustratori italiani, nel 1997 riceve la prima lettera, mentre nell’aprile del 2017 legge su Facebook un post del disegnatore Alessio Fortunato di aver ricevuto una lettera uguale. Gipi decide di scrivere nella propria pagina, «amici fumettisti avete mai ricevuto una lettera come questa?» Molte saranno le risposte. C’è una storia da raccontare e vuole girare un documentario per cercare Il ragazzo più felice del mondo. Gipi riesce a trovarlo, ma alla fine decide di  non andare a casa di un uomo rimasto ragazzino per sempre.

Il cast è costituito dagli amici del regista, Davide Barbafiera è un musicista, condividono la passione per il “cinema pazzo”, Francesco Daniele è un suo assistente in tutte le cose che svolge, Gero Arnone lo ha contattato sei anni fa dopo aver letto nel suo sito testi bellissimi di una comicità tagliente. Lo script del documentario è composto da una buona parte di improvvisazione, durante la lavorazione tutto si trasforma, sfugge e scappa di mano. I pesi si distribuiscono molto bene tra momenti comici a tratti deliranti e momenti drammatici (straordinaria la scena alle terme di Saturnia!). Non è un mockumentary perchè la realtà si impossessa di un racconto che viene traslato sulla finzione in tempo reale. La costruzione del documentario avviene per istanti e in piena libertà, in questo modo prende in contropiede lo spettatore durante lo svolgimento della storia.

Impossibile non apprezzare l’originalità e la capacità di saper raccontare una storia curiosa, montata con sincerità e furbizia.  C’è della poesia in controluce quando capiamo che le cose non vanno mai come vorremmo, ma esiste l’attesa e raccontare una storia è la cosa più importante che c’è.

 

 

 

Memorie a rotta di collo  di Giovanna Pietrini

 

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Provate ad immaginare un uomo alto e grande con un bambino piccolo di tre anni, un uomo che sopra un palco si spanzientisce e lancia il bambino in mezzo al pubblico, il bambino si alza si sistema la giacca e con una espressione serissima esce di scena, mentre il pubblico si sbellica dalle risate. L’impresario di questo spettacolino un giorno disse all’uomo, «Dove lo hai trovato questo orfanello?» e lui rispose con orgoglio, «ma quale orfanello? Lui è mio figlio Buster!». Buster Keaton per undici anni girerà l’America insieme al papà e alla mamma chiamandosi  I tre Keaton, imparò a cadere senza farsi male.

Nel 1916 I tre Keaton si sciolsero, così Buster decise di guardare da un’altra parte e vede il cinema. Dal 1917 al 1929 avrà una carriera strepitosa, ma in salita.
Il suo film preferito The General dimostra che gli stavano strette le due bobine, cioè gli skech dei film comici che duravano massimo venti minuti, perchè desiderava raccontare una storia, quindi osò fino a superare la durata di sessanta minuti e inserire scene non solo comiche. I divi del muto divenuti milionari videro nascere il cinema sonoro e la loro carriera finì lì, ma non per Keaton. Ancora una volta con genialità si adattò alla novità fino a quando il suo produttore cedette i  diritti alla Metro-Goldwyn-Mayer, era il cinema industriale un diverso e nuovo modo di “creare”; Keaton si trovò intorno ad un tavolo con ventuno sceneggiatori che scrivevano le gag sotto gli occhi del produttore Mayer che puntualmente bloccava scene perchè secondo lui non facevano ridere. Era finita l’epoca dell’improvvisazione sul set.

Buster Keaton ha sempre dimostrato di sapere che la vita ti porta in alto e poi ti fa precipitare ed è necessario essere pronti ad attutire il colpo. Era una delle persone più ricche di Hollywood con una moglie e due splendidi bambini. Un giorno la moglie decide di separarsi portando i bambini con sè. Povero e solo, cade in depressione e come suo padre comincia a bere. Chaplin suo amico non riusciva ad aiutarlo. Buster ha 44 anni quando un giorno  incontra una ragazza di 19 anni che si innamora di lui e desidera sposarlo, senza sapere chi fosse, senza aver visto mai un suo film, le nuove generazioni non conoscevano il cinema muto. Si sposano e decidono di vivere in un monolocale. Ha bisogno di lavorare, per questo motivo comincia a fare skech in televisione, cerca di risalire la china. In questo periodo Samuel Beckett scrive un cortometraggio, così un giorno va nel suo monolocale perchè vuole lui nel suo nuovo lavoro, passeranno il pomeriggio a bere litri di birra mentre guardavano la partita di beseball senza dirsi una parola, per poi salutarsi, dandosi appuntamento e cominciare le riprese. Nasce il cortometraggio Film, un’opera di avanguardia bellissima, ritratto del dolore di Keaton in quegli anni.

Buster Keaton a sessant’anni quando comincia a lavorare nel circo e gira l’Europa, nella sua biografia spiega che aveva bisogno di lavorare. Muore nel 1966, qualche anno prima arriva in Italia per fare degli skech in piccoli teatri di provincia e mentre la nave dove viaggiava attracca al porto di Genova, lui fermo sul ponte osserva degli operai coetanei che lavorano, poi sente una voce “Buster! Buster!” lui volge lo sguardo e li saluta. Nella biografia racconta che per un attimo gli è sembrato di vederli bambini perchè si era sentito riconosciuto negli anni della sua giovinezza, quando era immerso nella spensieratezza. Keaton dice «Ho sentito una cosa dentro la pancia e non capivo cosa fosse, poi ho capito che dopo tanti anni ero felice».

 

 

Maleficent di Giovanna Pietrini

 

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Nel 2014 è uscito un film diretto da Robert Stromberg intitolato Maleficient. Finito di vedere il film ho preso in mano la pubblicazione di Maura Gancitano e la strada che ho percorso tra la lettura del film e la lettura del libro è stata caratterizzata da continue riflessioni; cos’è questa femminilità che viene addormentata? Che differenza c’è tra fata e strega? Come possiamo trasformare la rabbia generata da un dolore? Secondo la scrittrice la sceneggiatura realizzata da Linda Woolverton è un esempio straordinario di rinarrazione, perchè narra di nuovo una storia conosciuta, aprendosi ad una verità mai raccontata. Il libro attraverso il film (e non solo) analizza un aspetto della fiaba La bella addormentata nel bosco che resta nell’ombra, e nel restituire la luce a questo pezzo di storia si denuncia l’importanza del raccontare chi siamo, il cambiamento al quale siamo sottoposti e la capacità di comprendere come siamo.

Questa è la storia di Malefica che fin da piccola vive nella Brughiera in pace con tutti. Un giorno fa amicizia con un suo coetaneo Stefano, un ragazzino coraggioso che si spinge oltre il regno degli uomini. L’amicizia cresce insieme a loro fino a trasformarsi in amore, ma quando a Stefano si presenta l’occasione di diventare Re non esita a tradire l’amata, gli strappa le ali, ferendola a tal punto da scatenare una vendetta. In questa azione da un lato c’è lei che cova rabbia dall’altro c’è lui che sente il peso di una colpa, di un uomo che mette il potere prima dell’amore. Attraverso questa narrazione Maura Gancitano approfondisce i sentimenti vitali come l’amicizia, l’amore e la genitorialità e temi importanti come il modello patriarcale il rapporto interiore tra un uomo e una donna e ci permette di comprendere che il conflitto fuori controllo riesce a schiacciare un essere umano.

Un libro intenso che lascia un messaggio importante; siamo chiamati a sciogliere i nostri traumi attraverso un filtro che si chiama perdono. Cosa significa perdonare? Immaginare una vita diversa, una nuova realtà. Malefica recupera le proprie ali perchè riesce ad aprirsi alla propria sincerità e scoprire un nuovo genere di amore. Grazie a questo bel lavoro di scrittura e di ricerca si apprende come le fiabe mettono insieme lo spirito del tempo con lo spirito del profondo.

 

 

 

 

 

Ex-Libris. Public Library New York di Giovanna Pietrini

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L’ultimo documentario di Frederick Wiseman si intitola EX Libris – The New York Public Library. Ancora una volta il documentarista, nato nel 1930, resta fedele a un cinema di osservazione e porta il suo sguardo asettico, limitandosi a registrare per 197 minuti ciò che vede nei luoghi più significativi della sua città di adozione.
La biblioteca nazionale di New York è una delle istituzioni più democratiche insediata nella metropoli, è suddivisa in 92 dipartimenti sparsi, e in essa la trasmissione della conoscenza e la relazione umana è una assoluta priorità. Avviene così uno scambio di lingua, etnia e religione, che altrove spesso è negato, attraverso le molteplici attività e servizi forniti ai cittadini. Ed ecco riprendere e raccontare i bambini che ascoltano storie e cantano canzoncine, vedere ragazzi che nel dopo scuola trovano un sostegno per svolgere i compiti o che dopo cena costruiscono robot! Uno spazio dove avviene consulenza di lavoro, sostegno per i disabili, incontri con studiosi, autori e artisti.

Wiseman ci permette di assistere alle riunioni del direttivo che cerca continuamente risorse umane ed economiche (pubbliche e private) per garantire la vita alla biblioteca perché lei è in grado di rafforzare il senso della comunità, perché si cresce nella direzione del sociale quando si guida una politica culturale. Queste sono le parole chiave: incontro, lettura, conoscenza e confronto per tutti.

La parte che ho preferito riguarda un momento che riprende un circolo di persone adulte, siedono in cerchio e si esprimono dopo aver letto il libro L’amore ai tempi del colera. Straordinario ascoltare le loro osservazioni, uno dopo l’altro costruiscono pensieri molto interessanti. Wiseman svolge un lavoro imponente e ambizioso direi sopraffino, filma i luoghi come fossero delle persone, perché la biblioteca è questo. Nel nostro bel paese abbiamo ancora tanta strada davanti a noi, che riusciremmo a percorrere velocemente solo quando qualcuno lassù (il mio non è uno sguardo religioso!) riuscirà ad avere la sensibilità di dare voce alla potenzialità umana che “circola” in biblioteca, un sostegno indispensabile per sviluppare una civiltà. Non perdetevi questo sguardo, Ex-Libris.

Corpo e anima di Giovanna Pietrini

 

Ungheria. In un mattatoio lavorano il direttore Endrè, ha un braccio paralizzato e la responsabile della qualità Mariè, vagamente autistica. Pensano di incontrarsi per la prima volta nella mensa del mattatoio, durante una pausa pranzo, in realtà scopriranno che si incontrano ogni notte. Corpo e anima, l’ultimo film diretto da Ildiko Enydi, è una strana storia d’amore, tenera ed ironica, che contrasta con la crudeltà del mattatoio.

La sceneggiatura si ispira ai versi di un poema di una delle maggiori poetesse ungheresi del novecento, tradruttrice dal tedesco delle opere di Brecht e dal francese di Racine, Hugo e Molière: Nemes Nagy Ágnes. Con la sua poesia scruta il contrasto tra spirito e materia. Proprio da questo contrasto nasce la necessità della regista di fare uscire l’anima dal corpo dei protagonisti, di contestualizzare le loro vite dopo essersi scoperti in un ventaglio di situazioni che attengono tanto allo spirito quanto alla materia; lui combatterà contro la sua timida solitudine e lei contro le nevroniche paure.

Un film umano che comunica il fascino dei sogni e come ci sostengono anche quando non gli diamo attenzione, la conquista della bellezza di un mondo puro è sempre nel nostro inconscio. Quando entra nella nostra coscienza è necessario avere il coraggio di afferraree proteggerequel regno incantato, questofaranno i due protagonisti, coraggiosamente decidono di lottare per quello sguardo obliquo e quella palpitazione che ritenevano impossibile. Il terrore del confronto è l’occasione per Endrè e Mariè di uscire fuori e toccare il mondo, essenziale a conquistareun amore vero. «Volevo evocare quella situazione dove nulla è visibile ad occhio nudo, mentre ci sono tante cose da scoprire all’interno!»Parola di Ildiko Enydi.

 

 

The Square di Giovanna Pietrini

 

 

 

 

 

 

 

 

Negli anni Cinquanta le società occidentali dovevano ancora avere un senso di responsabilità condivisa dato che gli adulti erano visti come membri degni di fiducia all’interno di una comunità, capace di aiutare un bambino nei guai. Il clima sociale di oggi non sembra aumentare la coesione di gruppo, nè la nostra fiducia in generale nella società. Con questo pensiero in mente alcuni anni fa il regista Ruben Östlund insieme al produttore Kalle Boman, sviluppa l’idea di The Square. Protagonista del film è Christian, curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma dove c’è grande fermento per il debutto di un’installazione chiamata “The square” che invita all’altruismo e alla condivisione.

Ci troviamo di fronte alla debolezza della natura umana perchè spesso quando proviamo a fare la cosa giusta, la parte più difficile non è essere d’accordo su dei valori comuni, ma comportarsi davvero secondo quest’ultimi. Christian racchiude vari aspetti contraddittori, idealista quando parla e cinico quando agisce, un uomo di potere quando gestisce il museo e debole quando si trova a comporre parti della sua vita privata. Crede nelle domande sociali ed esistenziali poste dall’installazione “The square“, alle quali non riesce ad essere fedele completamente a causa del marketing e gli sponsor. Di fronte alle proprie contraddizioni ci sarà sempre qualcuno a rivendicare la tua onestà, nel caso del bravissimo Claes Bang, sarà un bambino.

Non è un film facile per questo motivo molto intelligente, che evolve tra arte e vita, creazione e distruzione. É dai tempi di Buňuel che non mi trovavo di fronte a situazioni assurde e feroci (unica la performance dell’uomo-scimmia!). In parte le questioni sottoposte dalla storia sono affrontate in chiave satirica, la vostra risata andrà a sottilineare gli aspetti tragici della nostra società. Unica imperfezione risiede nel montaggio, alcune scene potevano essere accorciate e due eliminate. Vale la pena avere pazienza perchè The Square fa riflettere, mentre esci dal cinematografo e percorri le scalette di un antico borgo pensi che il cinema è un mezzo che può fornirti una straordinaria chiave d’accesso verso quel pensiero critico che non permette di ritenere scontati aspetti della vita.

 

 

Nico, 1988 di Giovanna Pietrini

 

 

 

1988, Christa Paffgen (donna dalla bellezza leggendaria, musa di Warhol, cantante dei Velvet Underground) riceve dal suo agente un libro di poesie di William Wordsworth. Qualche mese dopo, Christa in arte Nico, di fronte ad un hamburger in un locale di Manchester prima di un concerto dice di essere stata colpita dall’Ode del l’immortalità; “forse ho preso spunto da questa poesia per scrivere The Marble Index ma ero troppo fatta per ricordarlo!”. Lei chiede a lui di leggerla e lui non tradisce la donna che ama: ciò che attraverso il radiante era una volta così luminosa / sei preso per sempre ora dal mio sguardo, / niente può riportare l’ora di splendore nell’erba, di gloria nel fiore; / non siamo più addolorati, piuttosto troviamo / forza in ciò che rimane indietro.
Troveremo la forza da ciò che rimane dietro? Saremo in grado di non affogare nei ricordi?

Susanna Nicchiarelli dirige la parabola al contrario della “sacerdotessa delle tenebre” e racconta il tour dell’ultimo album, Camera Obscura uscito nel 1985, partendo da un cuore apparentemente svuotato. Così appaiono gli ultimi anni della sua vita, quando dopo l’esperienza con i Velvet Undeground dopo la perdita del consenso e il cambiamento della sua immagine, ormai lontana dai fulgori degli anni sessanta sembra scrivere la parola fine, invece è una grande musicista che intona con la voce arrochita e inconfondibile la sua coscienza. Questo movie-road è una dedica ad una donna e non alla sua icona, un canto alla rinascita; il mio cuore è vuoto ma le canzoni che canto sono piene di amore per te.

Christa (interpretata da Trine Dyrholm) abbandona l’albero della vita per essere guidata dall’albero della conoscenza. Vuole conquistare la sua libertà e cerca di scovarla nelle piccole grandi cose, dal divorare un piatto di pasta fino a riprendersi la maternità negata. Desidera la ricchezza della semplicità perché ha toccato la vetta e il fondo, luoghi che definisce estremamente vuoti. Dopo tutto, come possiamo avere il tempo di guardare il mondo in profondità se la natura ci inonda continuamente di piaceri, quando tutti i nostri bisogni sono soddisfatti abbondantemente? Preparatevi, la visione è anche ascolto, l’occhio è anche orecchio e l’immagine è anche musica. Nico, 1988.

Dunkirk di Giovanna Pietrini

 

 

Dunkerque è una città (e porto) della Francia sulla costa della Fiandra che si affaccia sul Mare del Nord. Nel 1940, nel corso della seconda guerra mondiale fu utilizzato dagli inglesi per ritirarsi dopo lo sfondamento del fronte della Mosa da parte dei tedeschi.
Nel mese di agosto è uscito il saggio scritto da Joshua Levine e descrive accuratamente ciò che accadde tra il 27 maggio e il 4 giugno di quell’anno funesto. Winston Churchill studiò un piano per mettere in salvo i soldati, l’operazione sorretta dalla speranza fu chiamata Dynamo e consisteva nello sfruttare ogni imbarcazione possibile: dai pescherecci alle unità militari, ha fatto sue le più piccole navi di porto, stipando su ponti e stive i soldati prigionieri di Dunkerque.

Christopher Nolan ha dedicato la sua ultima pellicola (la pianificazione del film comincia negli anni novanta!) all’operazione Dynamo che permise di salvare oltre 330.000 soldati alleati. L’erede del cinema di Kubrick fin dal primo minuto decide di andare fino in fondo a questo gigantesco disastro militare che vede quasi 400.000 soldati colpiti da cielo, terra e mare. Per raccontare questo pezzo di storia il regista sceglie tre terreni di battaglia (il molo, il mare e il cielo) e tre unità di tempo che convergono in un solo presente. Anche grazie ad un montaggio impeccabile e una fotografia astuta il film porta lo spettatore in guerra ed ha paura mentre prende atto che la vita non è un esperimento. Ancora una volta Hans Zimmer è al fianco di Nolan per curare la colonna sonora. La musica che accompagna le bombe, le corse dei soldati che si concludono nell’ansia dell’attesa ha una profonda capacità di emozionare. É il miracolo della speranza che il talentuoso regista non molla neanche per un attimo in questa disperata corsa contro il tempo, dove a tenere in vita l’uomo è l’immenso desiderio di tornare a casa.

 

Before Sunrise di Giovanna Pietrini


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un uomo (americano) e una donna (parigina) si incontrano sul treno, lei legge un libro e lui gli chiede “cosa stai leggendo?”. Dopo questo breve istante dove si sono incontrati, notati e amati, Jesse invita Celine nella carrozza ristorante e cominciano a scambiarsi pezzi della propria vita. Quando Jesse capisce di essere arrivato a destinazione (il giorno dopo dovrà prendere un aereo) propone a Celine di scendere e passare la sera con lui a Vienna. Felicemente sorpresi, non possono lasciarsi e comprendono che non tutte le persone che non conosciamo possiamo definirle sconosciute. Celine è una ragazza complessa, solare e dotata di spirito di iniziativa. Jesse è un ragazzo intelligente in cerca di autostima, introverso che rincorre una donna per amarla sinceramente.

Comincia il loro tempo sulle note di Come here cantata da Kaat Bloom. I protagonisti ci concedono di assistere alla loro scoperta e in questo ritmo naturale Richard Linklater non ci racconta una storia d’amore, ma la sua sana complessità. Ama girare le scene nelle strade di Vienna, nei bar, parchi e ristoranti. Il teatro a tratti entra nel cinema senza tradirlo e la pellicola diventa suggestiva e attraente. Jesse e Celine parlano delle persone che sono diventate, di quello che hanno colto dalla vita fino al loro incontro, esprimono il loro piacere con frequenti riferimenti alla cultura letteraria e filosofica, ridono della stessa cosa e manifestano la giovane inquietudine fino al contrasto. I loro momenti insieme sono soltanto loro.

Sai, io credo che se esiste un qualsiasi Dio non è in nessuno di noi, né in te né in me, ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo, tra noi. Se c’è una qualsiasi magia in questo mondo deve essere nel tentativo di capire qualcuno, condividendo qualcosa, è quasi impossibile riuscirci ma cosa importa, in fondo la risposta deve essere nel tentativo.
Before Sunrise (1995)

 

 

Paterson di Giovanna Pietrini


 

 

 

 

 

 

Ho una pagina bianca a mia disposizione, quindi molte possibilità per scrivere di una città e di un uomo, Paterson, il film più bello che ho visto nella stagione scorsa, diretto da Jim Jarmusch. Paterson (Adam Driver) vive a Paterson, una città di una zona industriale nel New Jarsey, con la moglie Laura e il cane Marvin, ogni giorno guida l’autobus. Una storia semplice e ben definita, raccontata in sette giorni.
Il protagonista nella monotona routine ama scrivere e leggere le poesie di Williams Carlos Williams, uno dei maggiori poeti contemporanei che visse a Paterson. Quest’ultima venne fondata ai piedi di una montagna dove dalla bocca di pietra precipita una cascata. (Cascate del Passaic)

Il giovane autista durante la pausa pranzo siede su una panchina di fronte la cascata e scrive sul quaderno, posseduto dal desiderio di “parlare”, cerca il suo linguaggio, il mezzo per esprimersi e per creare la realtà. La poesia ha origine nel suo sguardo, fisso, con meravigliosa costanza osserva gli oggetti le persone e le situazioni; è cosí che una scatola di fiammiferi si tramuta in Poesia d’Amore. La poesia fa nascere le idee dalle cose e diventa una forma di energia in grado di investire chi ha un animo predisposto a comprendere.

Fuori di noi c’è un mondo a cui possiamo accostarci per riposare, erigere pensieri, confrontarci con altre persone, seguire sentieri in compagnia di un cane. È un film eterno, con interessanti riferimenti (Dante, Petrarca, Bresci, Williams, Dickinson) e l’ambizione di dire che l’armonia è nella vita di tutti i giorni. La pagina era bianca, ho scelto la possibilità di scrivere di una città ed un uomo che oscillano tra speranza e disperazione.

 

Ritratto di famiglia con tempesta di Giovanna Pietrini


 

 

 

 

 

 

 

 

Nel film Ritratto di famiglia con tempesta il regista Kore’eda Hirokazu propone una storia dove i personaggi hanno una immagine di futuro che non corrisponde all’immagine della realtà del loro presente. Il protagonista della storia, Shinoda Ryota, è un aspirante scrittore che affronta il divorzio chiesto dalla moglie a causa della sua assenza e incontra il proprio figlio una volta al mese. In questo preciso momento della sua vita (la separazione) svolge un lavoro introspettivo utile alla rinascita. Il regista, ancora una volta, scompone gli elementi che caratterizzano la vita di un uomo e li trasforma in emozioni. Un passo importante riguarda la relazione tra padre e figlio. Shinoda si chiede spesso cosa resterà di lui come padre, decide di agire nel presente di suo figlio e di gioire nel preciso momento che trascorrono insieme.

 

La tempesta chesi abbatte su Kyoto accorcia le distanze, Shinoda la ex moglie e suo figlio restano bloccati in casa di sua madre a causa del tifone. Lo spettatore vive le profonde confessioni di ogni personaggio che mostra la propria verità, mette a nudo il proprio io ed esprime quello che prova: la paura, il coraggio, la delusione, la speranza. Le relazioni umane possono separarsi senza perdersi, anche di fronte ad un uragano. Il regista non giudica mai, racconta con la cinepresa i sentimenti che ogni personaggio intreccia con la propria realtà e mostra che ci sono persone che decidono di affrontarla, altre discostano lo sguardo e altre ancora restano a guardarla.

 

Nella cinematografia di Hirokazu ritroviamo la poetica del tempo espressa dal regista Yasujirō Ozu: mentre le persone cambiano, il tempo rimane uguale a se stesso. Cosa resterà allo spettatore alla fine del film? Personalmente resta la poesia nelle scene dove il cibo è condiviso, perché ricordarsi cosa si è mangiato e insieme a chi lega per sempre le persone. Resta il consiglio che una anziana mamma restituisce a suo figlio: “non si raggiunge la felicità se non sai cosa trattenere e cosa lasciare andare”.

 

Lo chiamavano Jeeg Robot  di Maristella Petti

 

 

 

 

 

 

 

A poco più di un anno dalla consacrazione alla 61a edizione dei David di Donatello, Lo chiamavano Jeeg Robot si configura a tutti gli effetti come una pietra miliare del nostro cinema, che ha bucato lo schermo trafiggendo i cuori di pubblico e critica, tanto italiani quanto stranieri. Il motivo non ci sorprende: il film di Gabriele Mainetti rappresenta una piccola grande rivoluzione all’interno dei canoni di genere e poetica proposti dal cinema italiano contemporaneo. Allestisce la sua impresa: mettere in scena la mutazione personale di un delinquente di borgata che riesce nella soprannaturale impresa di cambiare quell’esistenza apparentemente senza via di fuga.

Non sono passati troppi decenni da quando i ragazzi di vita della Roma pasoliniana, nati e cresciuti ai limiti della città e della società del progresso, per quanti impulsi di redenzione presentassero nel corso della loro formazione (segno di un’umanità sensibile) non potevano che soccombere al loro destino. Approdati al III millennio, ben lontani dall’esasperazione del secondo dopoguerra, la situazione che apre Lo chiamavano Jeeg Robot è la stessa: la mancanza di stimoli e possibilità sembra scrivere il destino di chi nasce alla periferia dei grandi centri culturali, non lasciandogli altra soluzione che l’immoralità. È per questo che Enzo non vive ma sopravvive, si accontenta, chiuso in sé stesso e nel suo monolocale, amico de nessuno e nemico proprio. Confrontandosi con l’altro reagisce a sé stesso, a quei limiti imposti da fuori ma che rappresentano ora i suoi demoni personali, e riesce così nell’impresa più ardua: prendere in mano la propria vita e cambiarla. È questo lo sforzo più eroico dell’uomo, che lo rende supereroe.

Unendo questi due elementi apparentemente inconciliabili – la borgata romana e i superpoteri – Mainetti concilia due tradizioni fondamentali di questi cento anni di storia del cinema: l’antica essenza del neorealismo italiano e il supereroico della moderna industria cinematografica statunitense. E lo fa rendendo tutto armonicamente plausibile e accettabile, dimostrando che anche l’Italia può avere dei supereroi: sia sul fronte narrativo, dove i superpoteri sono in mano a Enzo, sia su quello tecnico, in cui possono essere considerate superpoteri le prodezze innovatrici dello stesso regista.

L’innovazione di Mainetti è la creazione di una poetica senza precedenti, che risulta dalla condensazione di spunti di diversa matrice: si noti l’innegabile influenza del León di Luc Besson, o il perno rappresentato dal manga Jeeg Robot d’acciaio, nonché i tratti dei generi supereroistico e gangster ripresi dalla tradizione nordamericana, un po’ per sfidarla e un po’ per schernirla – con la tipica ironia italica. Tutto ciò, riletto alla luce della nostra cultura, dà vita a un ibrido originale e tutto italiano, figlio del nostro cinema, della nostra letteratura, della nostra televisione, della nostra cronaca, del nostro reale e del nostro immaginario.