Classico Consiglio

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GRANDI SPERANZE


Di Giovanna Pietrini

Charles Dickens, figlio di un piccolo borghese con l’aspirazione di una ascesa sociale che finirà in prigione a causa dei suoi debiti, è appena dodicenne quando finisce in fabbrica ad attaccare etichette per lucidi da scarpe insieme ad altri bambini. Da questo momento Dickens si schiera dalla parte dei poveri, degli oppressi, degli sfruttati, la sua insicurezza è il punto di partenza per diventare uno scrittore, pubblica quattordici romanzi più uno incompiuto. Il tredicesimo romanzo si intitola Great Expectations (Grandi speranze). Philip Pirrip detto Pip, orfanello di sette anni, ci racconta la sua storia. È un romanzo inesauribile: abbiamo la caccia ai forzati nella palude, abbiamo la visita alla stranissima Miss Havisham, abbiamo l’incontro di boxe con il giovane pallido e poi abbiamo Estella, la donna dal cuore di pietra, «ma la fanciulla sembrava essere dappertutto». Gli anni passano e la vita di Pip ha una svolta inattesa. Alla fine diventare adulto  significherà essere una persona capace di incarnare il perdono.

Dickens è il romanzo inglese dell’ottocento che lascia un segno indelebile nell’epoca vittoriana. È unico nel suo genere narrativo, inventa figure inaspettate, crea intrecci complessi che si sciolgono attraverso le numerose pagine che compongono la storia, uno scrittore generoso nel restituirci continue immagini con il suo insaziabile interesse per gli uomini. Amo Dickens per la sua libertà, non è condizionato dallo status, dalla conquista di un posto riconosciuto dal mondo e spesso denuncia senza mezzi termini gli orrori del suo tempo e sottolinea che il male non è nella società ma nella natura umana. Grandi Speranze è un romanzo appassionante, ha la capacità di farti capire che non sempre abbiamo la consapevolezza di quanto gli avvenimenti della nostra esistenza sono importanti per il nostro destino. «Per il momento mi liberai dei miei sentimenti feriti, scalciando contro il muro della birreria e strappandomi i capelli a furia di torcerli, poi mi passai la manica sul viso e uscii da dietro il cancello. Pane e carne erano abbastanza buoni, la birra era pungente e cordiale e ben presto, risollevatomi l’animo, presi a guardarmi attorno».

CHARLES DICKENS
Grandi Speranze
Einaudi

 

 

K

UN MONDO BATTUTO DAL VENTO


Di Giovanna Pietrini

Jack Kerouac è uno dei miei scrittori preferiti per la sua elementarità esistenziale che insegue e matura grazie ad un approfondimento interiore che esercita attraverso l’esperienza. All’età di undici anni scrisse brevi romanzi su quadernetti da pochi soldi e si mise a scrivere sul serio all’età di diciassette anni dopo aver letto Jack London. Entrò nella sua fase romantica con Rimbaud e Blake, un periodo di scoperta totale, raggiunge il suo stile fondato sulla spontaneità del come vien viene, con un linguaggio misto di più lingue. (Kerouac è “americanissimo”, di origine franco-canadese con un nonno capo indiano puro sangue).

Un mondo battuto dal vento è un libro che contiene le annotazione dello scrittore su dieci taccuini che scrisse tra il 1947 e il 1954. Un diario sincero, senza nulla di artefatto che rivela il suo mondo reale. Un flusso di pensieri utili a scavare nell’animo di questo genio, convinto che la scrittura fosse il suo compito sulla terra. Spesso traspare l’esigenza di voler essere fortunato e il motivo di questa scrittura a tratti feroce e a tratti romantica è il risultato del suo pensare in completa solitudine. Il diario è la fotografia di un “uomo beat”, uno scrittore prolifico in grado di offrire una visione d’insieme grazie alla sua notevole disciplina creativa.

Jack Kerouac è un uomo espressivo, caratterizzato da un gran gesticolare, bello, attaccato all’acqua di fuoco, con facilità gli salgono le lacrime agli occhi, in quelle stesse lacrime  la gioia e la sofferenza si fondono, perché è l’esistenza ad essere così. «D’ora in poi non ci saranno più dubbi urlati, non si vedranno le radici dell’albero, ma le sue foglie. Questa è una nuova era. Un uomo deve tenere per sé i propri dubbi e mettersi alla prova senza tante chiacchiere».

JACK KEROUAC
Un mondo battuto dal vento
Mondadori

 

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LEOPARDI

Di Giovanna Pietrini

Giacomo Leopardi è una questione alta, racchiude quei valori dai quali l’esistenza ci distrae continuamente. È una questione affrontata in modo coinvolgente nella monografia critica Leopardi, scritta dall’onesto Pietro Citati che racconta la vita del poeta come un’opera di Gioachino Rossini che lo scrittore amava tanto. Il protagonista di questa opera è il padre, il conte Monaldo. Quest’ultimo rimase orfano giovane e da grande s’innamora ogni tre minuti. Un giorno incontra in chiesa Adelaide Antici e decide di sposarla. L’amore che nutre per il figlio Giacomo è una passione grandiosa, non vuole lasciarlo andare fuori Recanati perché teme che si perda e soprattutto lui non riesce a fare a meno di quel figlio. Vivono barricati nel palazzo nobiliare e studiano nella prestigiosa biblioteca.

Il suo Giacomo bambino era molto bello, vivace, allegro e ribelle, «io non mi inchinerò mai a persona alcuna», nulla in lui fino a sedici anni ricorda quello che poi diverrà. A causa della tubercolosi ossea, questo bambino scompare, è alto un metro e quarantuno il torace non è sviluppato, ha grosse gambe e due gobbe. Lui pensava di essere responsabile di quella bruttezza e di quel rachitismo. Se da un lato il corpo progressivamente si trasforma, dall’altro il cuore vola. Leopardi lascia Recanati e cerca di conquistare un’apparente libertà; esce da quel riparo di carta, per vivere ciò che aveva appreso chiuso dall’interno.

Tutto ciò che non ha bisogno di essere dimostrato, ma semplicemente mostrato, è poesia. Leopardi ci insegna che la vita avviene nell’immaginario, e consiste in ciò che accade dentro di noi, per questo motivo è necessario avere il coraggio di abitare le proprie emozioni. Di notte il suo desiderio di amore parla alla luna, al suo bianco insolito, e di giorno affronta le ipocrisie di un mondo spesso ordinato, privo di illusioni. Un uomo sventuratissimo salvato da quel momento emozionante che non riesce a trattenere, dalle sue continue confessioni alla vita, dettate dall’estensione di un desiderio. Tra gli spazi bianchi di questo saggio non ho fatto altro che vedere la profonda dolcezza di un uomo che ha sentito sulla propria pelle la potenza della sua esistenza che oscilla dalla «assoluta tenebra e angoscia» a momenti in cui è impossibile  trattenere lo stupore. Leggere Giacomo Leopardi significa anche affrontare un viaggio misterioso e mentre passeggi con lui apprendi il suo continuo tentativo di cercare una forza che riesca a scuotere gli animi. L’anima ribelle di quel bambino non si è trasformata perchè a questa arida vita non si è mai rassegnato, «forse la gioia non è che il dolore che ride»

PIETRO CITATI
Leopardi
Mondadori

 

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LA SIGNORA DALLOWAY

Di Giovanna Pietrini

Clarissa Dalloway è una donna che appare terribilmente sicura e un giorno decide di organizzare una festa agli amici che la vedono come una donna tranquilla, ma non è così. Questo è il primo grande frutto della maturità di Adeline Virginia Stephen pubblicato nel 1925, La signora Dalloway. Virginia Woolf scrive questo romanzo in meno di un anno con un programma di stesura serrato, fino ad arrivare al mese di ottobre e la frase conclusiva nel cuore, sente che questo libro è un atto di valore. Comincia a scriverlo nel mese di marzo riversandoci continue speranze «continuerò a scriverlo finchè non sarò in grado di vergare un’altra riga». Scrivere per Virginia Woolf significa vivere, coprire il silenzio, lei ama l’essenza di tenere una penna in mano fin da bambina, quando nella biblioteca paterna costruisce il suo amore nei confronti della letteratura.

Crede nelle idee che la pervadono durante la stesura, «percorro al galoppo le pagine della Signora Dalloway mi lascia immersa negli strati più ricchi della mia mente». Per lei il luogo in cui vivono le nostre idee sono le ore (così inizialmente aveva intitolato la storia), questa è una giornata normale narrata da un genio. Utilizza il monologo interiore per evidenziare il ricco mondo della mente umana. Descrive la preziosità di ogni singola ora dove si espande saggezza e follia, si accende la vita ma qualcuno dovrà morire perchè è l’unico modo per sentire il volo del tempo e lasciarsi afferrare dalle emozioni. Lo spazio arredato di orologi è solo una convezione, ciò che scandisce il succedersi dei minuti sono i ricordi o la fantasia che riponiamo nel futuro. In questo romanzo c’è musicalità in ogni singola frase, Virginia Woolf adopera le parole come il musicista fa con il suo strumento.

Una scrittrice immensa che celebra la vita con tutte le sue difficoltà e la sua tragedia, perchè alla fine si riempie le tasche di sassi per spegnersi nel fiume Ouse, ma resta lo spirito rivoluzionario di una donna che inventa un modo nuovo di concepire il tempo, fonda il Bloomsbury group, milita nel gruppo delle suffragette, aiuta le operaie londinesi a studiare dopo il lavoro, invita l’essere umano a superare i limiti di rappresentazione della realtà, rifiuta una laurea ad honorem e ci insegna che non esiste una idea precisa della nostra felicità. Virginia Woolf conosce la sensazione di sentirsi vuota ma non smette di contare le stelle: «il mio destino è di essere giudicata secondo tutti gli estremi e tutte le mie mediocrità. E sarà lo stesso per Dalloway».

VIRGINIA WOOLF
La Signora Dalloway
SE Edizioni

 

 

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A PROPOSITO DI CECHOV

Di Pietrini Giovanna

Leggete i racconti di Anton Pavlovič Čechov! Estraneo a qualsiasi profezia perché non ha certezze, questo scrittore si pone senza insegnare niente a nessuno, classico atteggiamento di un cuore intelligente. Si occupa della piccola gente quindi non troviamo grandi eroi che lottano contro il destino e spesso i suoi personaggi sono incapaci di realizzare le loro utopie. Quando ho conosciuto questo medico sono rimasta colpita dalla sua capacità di guardare gli uomini nella loro complessità psicologica. Con la penna scrive in termini artistici di essenzialità, con stile distaccato utile a turbare il lettore offre una verità fotografica, senza mai ripetersi.

Desidero parlarvi di un racconto che si intitola Dell’Amore perché tra queste pagine il silenzio dell’anima è vissuto come destino. Pubblicato nell’agosto del 1898, il racconto descrive la vita di Alëhin Konstantinyč che lavora duramente in campagna. Uniche occasioni di svago sono i viaggi in città dove svolge l’attività di giudice di pace onorario. Stringe amicizia con Dmitrij Luganovič, il vice presidente del tribunale distrettuale il quale lo prende a benvolere e lo invita a casa propria. Alëhin conosce Anna Alekseevna, la giovane e bella moglie ed è attratto da lei, ha l’impressione che i suoi sentimenti siano ricambiati, ma reprime i propri: «…e io sempre mi sforzavo di capire, perché si fosse imbattuta per l’appunto in lui, e non in me, e per quale necessità nella nostra vita fosse accaduto un errore così spaventoso».

Questo racconto nasce dall’incontro tra Čechov e Lidija Alekseeva Avilova che avvenne a casa della sorella di Lidija. Quest’ultima nel suo libro pubblicato nel 1947, Cˇechov nella mia vita  (tradotto in Italia da Lerici editori), scrive dell’amore tenuto segreto fino alla morte dello scrittore. «Certe volte è difficile spiegare, se non addirittura capire, ciò che accade. E in sostanza, non è che fosse accaduto granché. Ci eravamo guardati negli occhi. Tutto qui». Fra i due si svolse un fitto carteggio e ci furono incontri ai quali l’uno e l’altra si avviavano ansiosi. In questa pubblicazione descrive anche la sua emozione di quando lesse il titolo del racconto, “grosse lacrime cominciarono a cadere sul libro e io mi affrettai ad asciugare per continuare a leggere”. Poi con tristezza trasognata “finii di leggere e mi appoggiai con la testa sul libro”.

Se desiderate scavare attorno alla vita e all’epistolario dello scrittore russo potete leggere il bellissimo saggio scritto da Ivan Bunin, A proposito di Čechov.  «Lidija devi sapere che sono innamorato di te! Non c’è nessuna che avrei potuto amare così profondamente. Sei bella. Toccante. Commovente. Ora ti rivedo dopo il distacco e sei ancora più bella. Il tuo è un amore puro. Un amore che dura tutta la vita». Lei dopo aver ricevuto questa lettera lo lasciò senza risposta e il giorno dopo gli mandò un ciondolo prezioso a forma di libro con inciso il riferimento a una battuta di Nina protagonista del Gabbiano.

IVAV BUNIN
A proposito di Čechov
Adelphi

 

 

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MOLTO RUMORE PER NULLA

Di Giovanna Pietrini

Perchè amiamo William Shakespeare? Perchè ha scritto opere che esprimono le emozioni essenziali ed è riuscito a portarle ad un livello più alto rispetto all’assurdità dell’esistenza. La realtà è vera ma assurda, necessaria ma impossibile. Raccontato da Shakespeare il mondo cambia, diventa sopportabile, questo è il punto di partenza del monologo scritto e interpretato da Cesare Catà, Shakespeare e altre fregnacce. Innesca una comicità struggente, tramutando l’anima dello scrittore in una grande provocazione della storia dello spirito contemporaneo, con rimandi ai “tic” antropologici del marchigiano, attivati dalle innumerevoli sfaccettature dell’esperienza umana. Una occasione per scoprire nuovamente Shakespeare, la sua opera e il periodo in cui vive. Il teatro è uno strumento del tempo e in questo caso mantiene vivo il drammaturgo, che adattò i propri umori e sentimenti a ciò che da lui esigeva l’esercizio del teatro.

I nostri percorsi di vita spesso non sono inspiegabilmente rumorosi? Ecco la nascita di Molto rumore per nulla, una commedia (fino ad un certo punto) ambientata a Messina e nonostante la tradizione teatrale abbia a lungo identificato in Beatrice e Benedetto i due protagonisti dell’opera, resta una commedia corale, nella quale ogni personaggio occupa un posto importante. I personaggi sono portatori sani di desideri intimi inespressi e la maestria di Shakespeare risiede nella capacità di portare avanti situazioni che riescono a stupirci. La storia comprende tre temi, l’azione di Benedetto, l’azione di Ero e l’azione delle guardie di città. Quello che ci lascia è un messaggio indiscutibile: l’amore è un atto gratuito. Per amare questo genio abbiamo a disposizione trentasette testi teatrali, centocinquantaquattro sonetti e una serie di altri poemi, perchè come appunta Virginia Woolf nel suo diario, raramente pervasa come sono dall’amore per l’umanità, a volte mi sento triste per i poveri che non leggono Shakespeare.

WILLIAM SHAKESPEARE
Molto rumore per nulla
I Meridiani

 

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MEMORIE DI ADRIANO

Di Giovanna Pietrini

Ho avuto la fortuna di partecipare ad un incontro, realizzato dal circolo dei lettori, svolto al teatro romano di Spoleto che aveva come protagonista il romanzo Memorie di Andriano, un libro che ho letto ed apprezzato tanti anni fa ma questo confronto ha rinnovato la mia curiosità. Ho approfittato di questo risveglio per leggere i taccuini di appunti della scrittrice, notevoli e molto interessanti perchè delineano il percorso intrapreso per scrivere il romanzo.

Questo libro è stato concepito, poi scritto, tutto o in parte, sotto diverse forme, tra il 1924 e il 1929 da Marguerite Yourcenar tra i suoi venti e venticinque anni. Quei manoscritti sono stati tutti distrutti. Riprese i lavori nel 1934 dopo aver letto una frase “quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo solo“. Ecco, la scrittrice trascorse una gran parte della sua vita a cercar di definire e poi descrivere, quest’uomo solo e, d’altro canto, legato a tutto. Un progetto che tra il 1934 e il 1937 riprese a abbandonò più volte, poi finalmente trovò il punto di vista del libro che fu pubblicato nel 1951.

Il romanzo è organizzato in sei parti, tra cui un prologo e un epilogo, descrive la storia di Publio Elio Traiano Adriano, l’imperatore romano del II secolo. La Yourcenar scrisse le vicissitudini di un grand’uomo con rispetto, attenzione e in rigoroso silenzio. Immagina che Adriano scriva una lunga lettera nella quale parla della sua vita pubblica e privata. Questo libro è l’incontro di un uomo appassionato di verità, che ha vissuto l’avventura umana e una scrittrice che cerca di comprendere questa figura e non di costruirla. Yourcenar nel suo taccuino scrive “Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che non si compone mai, checchè si dica, d’una orizzontale e due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato“.

Marguerite Yourcenar
Memorie di Adriano
Einaudi Editore