Roma – Intervista a Nicola Manuppelli

  • Se dovessi raccontare Nicola Manuppelli, che cosa diresti?

Ho un triplo lavoro da una parte scovo e traduco libri americani, dall’altra parte scrivo romanzi o saggi e poi ultimamente ho lavorato a sceneggiature di fiction, un’attività che mi piacerebbe ampliare.  Credo che tutto di possa riassumere nella parola di autore, ossia colui che ha occhio e orecchio attento alle storie e che tenta di riproporle in qualche modo, in forma vocale oppure visiva. Il centro della mia attività sono sempre le storie, a volte le scrivo, a volte le racconto e altre volte le traduco. C’è un’altra parte di me che ogni tanto emerge da tutto questo; ad esempio ho scritto un libro sulla mia amicizia con Chuck Kinder che si intitola Domani è un posto enorme dove racconto molte cose che mi riguardano come persona.

  • Come nasce l’idea di questo splendido libro e soprattutto come nasce il protagonista, Tommaso Andreini?

In questo libro si sono unite tante cose che volevo fare, prima di tutto desideravo scrivere su Roma, è una città che adoro e nella quale spero di vivere in futuro, poi volevo scrivere un romanzo che parlasse di cinema, seguendo il modello di tanti romanzi americani come ad esempio Il giorno della locusta di Nathanael West; oltre a queste due cose ambivo ad intitolare la storia Roma e quando si è presentata l’occasione ho proposto all’editore questo titolo; anche se la trama era ancora nebulosa, avevo un episodio, una diceria di paese, che ispira il capitolo iniziale del romanzo. In Tommaso Andreini c’è molto di me, anche se non sono io, però le zone che frequenta di Milano e poi il trasferimento a Roma, la prima visione della metropoli, lo stupore, la passione per il cinema, sono ingredienti che mi appartengono, è la mia voce che parla attraverso il personaggio. Il cognome lo collega a una grande famiglia teatrale perchè una delle cose che mi appassiona e che mi incuriosisce, non essendo un attore, è la recitazione.

  • Dopo la lettura di questa storia ho compreso che è importante attraversare la vita degli altri per comprendere la propria.

Si, conosco di persona un grande autore americano che si chiama Roger Rosenblatt è uno dei maestri dell’utofiction dove finisce per parlare molto delle persone, tende ad abbassare il volume di sé stesso per alzare quello degli altri. Io di questo sono stato sempre convinto, mi incuriosiscono le altre persone e il dovere di un autore, soprattutto ora, è quello di essere umanista e quindi di guardare agli altri con interesse per entrare nei personaggi e per poterli sentire, partecipare. Grazie a questo approccio, comprendi molto di te stesso perchè scopri di quale tipo di umanità senti di far parte.

  • Scrivi: “La mia Roma – la Roma di chi è inevitabilmente venuto da fuori e sa di averne una visione parziale – è un riconciliarsi con la vita sapendo che è la sola che abbiamo. La mia Roma è una battuta sprezzante capace di ribaltare anche la più somma austerità, è l’aponia e l’atarassia con cui guarire dai piccoli inutili drammi quotidiani, perché la lista dei drammi non è la vita ma un’interruzione sgarbata di essa”. Cosa pensi in merito al posto che abbiamo nel mondo, è quello che ci scegliamo o quello che ci consegna il destino?

Io credo sia un misto di entrambe le cose, il destino è come le narrazioni, non esiste una scaletta iniziale ti muovi a fiuto e devi avere questa capacità di assecondarlo quindi abbandonarti alla narrazione, e solo a quel punto un giorno senti che hai trovato la città che ti appartiene, la tua città,  a volte è più tua rispetto a quella dove sei nato. La prima volta che ho visto Roma, ero un ventenne, arrivavo da un posto vicino la città, ero finito lì dopo una storia travagliata e per scappare da questa disavventura mi sono ritrovato di fronte al Circo Massimo, sono sceso dall’autobus ed  ho sentito di essere di fronte al luogo dei sogni. Il segreto è sentire che queste storie non si perdono, ma riverberano in Roma, una città piena di storia e per uno come me che gli piace perdersi è la città ideale.

  • Domanda di rito: nella vita di un essere umano la lettura non è un bisogno primario. Possiamo veramente fare a meno di essere dei lettori?

Penso che la lettura sia un bisogno primario. Sempre Chuck Kinder dice che gli uomini sono costituiti dal 70% di acqua e per il resto di storia. Con i libri intendo le storie, e sono la base del vivere civile e soprattutto del capirsi reciprocamente, molte cose le comprendiamo meglio con un aneddoto, una breve storia, piuttosto che con una spiegazione. Abbiamo la necessità di parlare e di raccontarci cose, il racconto costituisce l’umanità. Le storie, i racconti si riversano nei libri e conservano la memoria anche quando le voci non ci sono più. Il libro è il maggior alleato della storia e per questo motivo penso che sono un bisogno primario.