La casa del mago non è solo una lettura ma una vera esplorazione di ciò che siamo in relazione al mondo, il fulcro del libro non è la storia ma i diversi colori degli stati d’animo di un essere umano. Emanuele Trevi si fa condurre dal mistero, quell’aspetto che caratterizza il rapporto con il proprio padre, Mario Trevi, psicanalista junghiano, un uomo strano, enigmatico come il disegno in copertina, un guaritore di anime con la mente sempre in un altro luogo. Trevi parte da un viaggio alla Biennale di Venezia insieme al padre, fatto quando lui aveva nove o dieci anni, da adulto rifà lo stesso viaggio con il padre e di nuovo incappano in una brutta avventura, ma il padre non si scompone e osserva che solo ciò che si ripete due volte ha un significato. Gli aneddoti si susseguono capitolo dopo capitolo, in prima persona singolare, con ironia e tragicità nel teatro della narrazione che spesso è la casa in cui Trevi padre riceveva i suoi pazienti, che diventa la casa del figlio.
È stato affascinante essere immersa in questa storia, il libro è un lettino sopra il quale stendersi per agevolare il flusso di coscienza. A breve tratti commovente perché è difficile non pensare al proprio padre, al suo essere, sarà difficile non camminare all’indietro fino alla propria origine, dove scovare la genesi del proprio vuoto. Non lo definirei solo un romanzo, anzi eviterei di definirlo, ma se vogliamo costituire un punto di riferimento possiamo considerarlo anche un saggio o una memoria.
Emanuele Trevi ci consegna una storia generosa, vuole conoscere fino in fondo suo padre decidendo di andare a vivere nella casa del mago, e si lascia sorprendere dai personaggi che sono presenti nel racconto. «Le case, non diversamente dalle barche, vanno governate. E su quelle stanze l’usura della vecchiaia aveva sparso una patina di desolazione, resa ancora più evidente da un’orribile moquette bruna che si stendeva, cupa e sdrucita come l’ombra di una strega, su tutti i pavimenti tranne che sulle malconce piastrelle bianche del bagno e della cucina».
Domandiamoci dove si trova il centro del nostro segreto, potremmo entrare in contatto con la consapevolezza. La qualità del pensiero e l’alternanza di registri letterari con l’utilizzo delle metafore, rende la lettura estremamente piacevole, soprattutto per chi considera lo stupore un valore. Un libro estremamente importante per la cultura psicoanalitica, importante per l’infanzia che appartiene a ogni adulto. «L’anima ferita preferisce curarsi invece che guarire? Bè, forse non è scema. Forse i suoi dolori quei colpi ricevuti dai pungoli affilati e invisibili che non smettono di tormentarla, rappresentano per lei anche la certezza di essere viva. Che alla fine è l’unica cosa che conta davvero, per tutto ciò che è vivo. Non c’è idea più stupida dell’interpretare tutte queste turbe come un passatempo per benestanti al riparo dalla necessità. Fin dove l’occhio riesce a spingersi nella notte dei tempi, sempre trova tracce evidenti di infelicità e di nevrosi: nelle favole più antiche, nelle pitture rupestri, addirittura nei più semplici utensili quotidiani. Anche nel più umile pezzo di selce affilato, nella scodellina scavata nel legno, c’è dolore, smarrimento, coazione a ripetere: in tutto risuona il pianto del neonato che si sveglia nel cuore della notte. E il senso della vita è un filo così fragile e sottile che quello di Arianna, in confronto, sembra una cima per ormeggi».
EMANUELE TREVI
La casa del mago
Ponte alle Grazie
