Antonio Deltito è uno psichiatra, convinto di avere una malattia che lo condanna all’immortalità e manifesta diversi sintomi tra cui la dimenticanza, lo svanire dei ricordi; «aveva a che fare con il timore di perdere la propria identità, il rischio di incapsularla in tante sfere di oblio. Era aggrappato alla vita e al suo significato, con tutte le sue forze». A narrare questa storia è un uomo, suo amico e collega, che pensa ed elabora i fatti, fa collegamenti continui e spesso il punto di approdo della sua esplorazione è il distacco per proteggersi da ciò che può ferirlo. La solitudine del narratore è un destino creativo e la saggezza genera malinconia, mentre in Deltito si manifesta come un vuoto che corrode, al quale reagisce cercando di non consegnarsi al nemico. Quanti sono gli stati malinconici? Il romanzo racconta della ricerca di una personale liberazione, di quella promessa a cui è necessario credere, la serenità emotiva che un essere umano insegue in maniera continuativa, rovistando all’interno della propria esistenza. C’è uno scambio continuo tra i due personaggi, basato sull’osservazione e il raccontarsi, questa reciprocità fa comprendere al lettore che quando stai donando qualcosa di te, stai creando un legame. Il narratore ci mostra Deltito alle prese con le «trame imprevedibili della vita» e spesso lo segnala sfidando sé stesso. «Talvolta avevo l’impressione di essere legato al mondo attraverso pochi sottili fili, a cui riservavo ogni premura. Se si fossero rotti mi sarei arenato per sempre in qualche deserto dell’esistenza. Uno di quei fili, lo appresi nel tempo, era Antonio Deltito».
Giuseppe Quaranta affronta un umanesimo cosmico con il suo romanzo di esordio, La sindrome di Ræbenson, espresso graficamente nella copertina curata da Francesco Sanesi. Ci invita a riflettere sul potere dell’immaginazione e a concepirla come un volo imprevedibile, grazie ad essa abbiamo il permesso di essere qualcosa di più. Ci guida nella complessità della narrazione con riferimenti all’arte oppure con l’osservazione della natura; fa uso di metafore e la scelta terminologica è particolarmente ricca.
È una storia poetica perché accende un faro sulla vulnerabilità umana dove la fragilità è anche una forma di bellezza in movimento e l’equilibrio non è mai statico. Siamo legati all’innata instabilità degli eventi ma sono molteplici gli strumenti per difenderci senza arrossire. Giuseppe Quaranta, oltre a Deltito e il narratore, è la terza voce, ci parla attraverso la scrittura e racconta che la fragilità che abita nella nostra natura è una condizione che non dobbiamo rimuovere perché possiamo usufruire del cambiamento, quel saper divenire che fa uso del coraggio. Dobbiamo preparare il nostro animo per leggere La sindrome di Ræbenson perché noi lettori siamo la quarta voce, chiamati in causa per ricomporre i pezzi di un puzzle utili a mostrarci la storia.
GIUSEPPE QUARANTA
La sindrome di Ræbenson
Edizioni Atlantide
