Nel 1966 Jack Kerouac fu invitato in Italia dalla casa editrice Mondadori per presentare il suo nuovo romanzo Big Sur scelto come 500° della collana Medusa, gli fu pagato il viaggio e data una ricompensa di mille dollari. Lo scrittore accettò, quando poco prima della sua partenza, la madre, con la quale viveva, fu colpita da un infarto e questo brutto avvenimento inizialmente lo condusse a rinunciare, ma aveva bisogno di soldi per curarla quindi accettò di partire; si decise che sarebbe restato in Italia dal 28 settembre al primo ottobre. Arrivò a Milano talmente ubriaco che aveva problemi a recuperare la valigia, era in uno stato confusionale, per questo motivo la casa editrice lo fa assistere da un medico, ma Kerouac si ribella, contatta Fernanda Pivano, sua amica, che decide di ospitarlo a casa sua, e conoscendo le sue abitudini e i suoi comportamenti riesce a ristabilire la serenità, per affrontare la prima presentazione. Quasi tutta la stampa in quei giorni lo ricorda “ubriachissimo”.
Alessandro Manca scrive La vita è un paese straniero, edito da El Doctor Sax, per raccontare il soggiorno di Kerouac in Italia, movimentato e faticoso, dall’arrivo a Milano, alla discesa verso Roma, fino a Napoli, la città dove si concluse. Raccoglie articoli di giornale pubblicati in quel periodo, analizza recensioni scritte in un secondo momento, ricostruisce ed esprime pensieri importanti, dato che da anni si occupa di poesia underground italiana e della Beat Generation. Ci regala una lettura inedita e attraente, anche per chi non si sente Beat dentro. Lo scrittore «aveva la brillantina nei capelli, un piccolo ciuffo alla Elvis, una camicia a scacchi azzurra e blu con maniche rimboccate, era un bell’uomo», nel suo gesticolare c’è una profonda ansia di vivere, spesso mostra il suo lato indifeso, è gentile, «aveva uno sguardo azzurro e leale». Questo è un saggio che tende a portare alla luce numerose riflessioni, perché Kerouac è un uomo che sprigiona una ricchezza indeterminata di osservazioni e forse la più importante riguarda i tentativi di addomesticamento attuati in quei giorni nei confronti dello scrittore.
Si può ammansire un uomo che ha scritto il suo romanzo più importante in tre settimane, utilizzando un rotolo di carta per non bloccare il flusso dei pensieri? Dice che l’Italia gli piace ma che detesta Dante Alighieri perché ha messo all’inferno tutti i suoi amici. Il suo scrivere ha cambiato le carte in tavola, ha dato voce ai moti interiori dell’essere umano, dove libertà significa perlustrazione del proprio abisso, per lui produrre una crisi è aver voglia di comunicare; dopo i suoi libri, i giovani cominciano a scegliersi un lavoro, a come vestirsi, seguono il proprio ideale politico, ascoltano la musica che gli piace.
Alessandro Manca racconta le sfaccettature di una personalità complessa, e dell’atto creativo che per lo scrittore significa «reinventare il linguaggio nel quale si dirige l’azione stessa». Un saggio di coraggiosa intelligenza che sottolinea anche la fatica che fa ancora la nostra cultura a liberarsi dalle strettoie di provincialismo. Ho amato I vagabondi del Dharma, e dopo il saggio di Manca ho scoperto che di questo romanzo amo le sole cose delle quali lo scrittore ha fiducia: le relazioni e il silenzio. La vita è un paese straniero, vi invito a scoprire lo straordinario significato di questo titolo, una zona dove resta solo la fedeltà a sé stessi; Fernanda Pivano del viaggio italiano ricorda, “ogni tanto gli chiedevo, ma perché sei così disperato? Era uno straordinario poeta“.
ALESSANDRO MANCA
La vita è un paese straniero
El Doctor Sax
