Cose che non si raccontano

Il romanzo di Antonella Lattanzi è una storia che mi ha fatto porre molte domande sia per il tema che tratta, il desiderio di maternità, sia il modo in cui decide di narrarlo. È una storia coraggiosa e per raccontarla occorre coraggio. È il primo romanzo autobiografico della scrittrice alla ricerca della maternità, prima in modo naturale e poi in modo assistito. Antonella vuole diventare una scrittrice: la sua è una ambizione senza scampo per questo motivo in giovane età interrompe volontariamente la gravidanza. Quando anni dopo si sente pronta, con un compagno al proprio fianco è il suo fisico a non esserlo. Non è un diario che si piange addosso, ma un romanzo determinato, partorito dal desiderio di dire cose che non si raccontano. Il titolo arriva da una citazione contenuta nel romanzo di George Simenon, quando dopo una confessione del personaggio che subisce un processo, si sente rispondere che certe cose non devono essere raccontate. Invece Antonella Lattanzi decide di dire fino in fondo cosa ha vissuto scegliendo le parole esatte, tanto che non c’è bisogno che tu abbia vissuto la stessa situazione per sentire ad un certo punto l’ansia, quando sembra avere a portata di mano un sogno maestoso. Nel dirsi cosa accade a volte nutre rabbiosa felicità, mentre a distinguere le parole nel foglio è sempre la sincerità.

Quando ho finito di leggere la storia ho guardato a lungo la foto in copertina, un’altra piccola storia che è raccontata da una fotografia di Daniel Jackont; una donna rivoltata con espressione malinconica, ci guarda mentre è immersa in un corso d’acqua, forse la salvezza può raggiungerci quando riusciamo ad esprimere cose molte complicate che ci accadono o cadono addosso. Nel racconto del dolore può nascere sollievo. Il senso della nostra vita è in bilico, può perdere equilibrio con facilità, ma con la stessa improvvisazione può accadere qualcosa di confortevole, capace di ripristinare un senso di pace, ciò che il mare ha fatto con Antonella.
Questa è anche la storia di Andrea che osserva e subisce l’ossessiva ricerca di maternità della protagonista. È dettagliata la fotografia che ritrae la complessità in cui si trova una coppia in questi momenti, e come finirà?

Forse il coraggio è un premio, soprattutto quando siamo sottoposti ad imprese esistenziali. La porta va sempre lasciata spalancata perché la vita possa entrare, perché si possa rifiutare il niente. Consiglio la lettura di questa storia molto fisica, per comprendere il senso della rivoluzione intima che è in ognuno di noi. «Quando ero piccola, come tutti, giocavo all’hula hoop. Gira, gira, gira questo cerchio intorno a te, e tu muovi le anche, e non esci nemmeno tu dal cerchio. Non voglio essere definita da queste cose: la gravidanza nel passato, l’angoscia della gravidanza nel presente. Da questo hula hoop che gira che ti rigira inizia col nome gravidanza e finisce col nome gravidanza. Non sono questa, io».

ANTONELLA LATTANZI
Cose che non si raccontano
Einaudi