Amo la ferocia introspettiva di Sándor Márai. È uno scrittore uscito dai cassetti in perfette condizioni postume, con dieci o venti titoli da mandare sul mercato a intervalli ben pianificati. La sua esistenza si è divisa in due tempi, dal significato opposto. Nel primo periodo vediamo lo scrittore ungherese avere successo in patria, inizia viaggi alla conquista del mondo, una vita affettiva e sociale vissuta intensamente. Nel secondo periodo, a partire dalla seconda guerra mondiale, nella sua esistenza si insinua la solitudine che cresce con l’espandersi dell’età, è povero. Ma al centro del vortice che unisce le vite, c’è sempre il grande letterato che registra la realtà che lo avvolge, la storia che diviene, la fine della civiltà borghese. Dopo essere nato nell’aprile del 1900, a 89 anni si suicida con un colpo di pistola alla tempia. Márai raggiunge la fama, nel caos del primo dopoguerra, con brevi romanzi cristallini e disincantati, era lontanissimo dalla narrativa di intrattenimento. Già in possesso del suo talento, ma nevrotico e dedito all’alcol, s’invaghì pazzamente di Lola, ritrovò in lei l’ancora che si era spezzata, scrisse «E fu lei, lo so con concretezza, che mi aiutò a superare i momenti difficili. Lola, donna di tempra formidabile, attingeva a riserve interiori pressoché inestinguibili, che dispensava senza risparmio». É interessante scoprire questo scrittore nelle pieghe dei suoi romanzi, come, ad esempio, riesce ad analizzare il male che coglie il protagonista nel romanzo La sorella. Per non soccombervi, nel corso di una dolorosa degenza in un ospedale fiorentino, egli deve giungere a una lucida accettazione della propria finitezza, «E anche in quei momenti di catalessi sapevo che per qualche istante l’uomo può essere felice, senza rimorso, soltanto quando è cosciente».
É uno straordinario viaggio mettersi sulle orme della vita di questo scrittore, ricca di tante condizioni.
Nel mese di giugno è stato pubblicato dalla casa editrice Adelphi un altro romanzo postumo, Bébi, il primo amore, scritto da un Márai appena ventottenne. Il protagonista, del suo primo romanzo, è un professore, e narratore della storia, annota un diario, è poco più che cinquantenne, celibe, attaccato alla confortante routine. In un preciso momento della narrazione si accorge di essere triste, vive come se fosse costantemente in attesa di qualcosa, una crepa interiore lo spingerà a confidarsi con uno sconosciuto, pagine esilaranti. Gli verrà assegnata una classe, in cui due dei suoi allievi, sono alle prese con il primo amore, e che il professore resta ad osservare; quello sguardo produrrà dei cambiamenti anche dentro di lui, si troverà di fronte ad una forza sconosciuta e perturbante che agisce nella sua vita senza chiedere il permesso. Che cosa è accaduto?
Márai contribuisce fin dall’inizio del suo cammino letterario a non renderci custodi dell’ipocrisia, il pensiero va indagato. Dal principio è scrittore, e nel suo atteggiamento c’è sempre qualcosa di intimo, sceglie la forma del diario, da questa storia emergono continui frammenti di un’anima antica. Il suo stile prevede la descrizione del mondo che circonda l’essere umano, l’osservazione induce ad una rassegna delle piccole cose, il protagonista trova sempre la forza per continuare, cosciente di un destino in agguato. Per Márai dove Eros non si manifesta, gli uomini diventano inerti. Ad ogni romanzo che leggo, rammento che Márai merita di essere ricordato, facendo scorrere gli occhi sulle righe che riempiono le pagine bianche, scritte dalla sua vecchia macchina da scrivere Continental, quella con gli accenti ungheresi, introvabile in Occidente: «Nel diario ritrovo tracce di alcuni vaghi progetti giovanili, che rileggo con un certo disagio. In una pagina uso l’espressione “metter su famiglia”. Mi ha dato un tale fastidio, so che è ridicolo, ma credo proprio di essere arrossito quando l’ho letta. Be’, nella misura in cui sono capace di arrossire. Dentro di me ho sentito una specie di umiliazione. Innanzitutto l’espressione in sé. Ha qualcosa di indecente. Sono convinto che sia una espressione convenzionale e ipocrita. Suona artificiosa, non rispecchia fedelmente il concetto. Una famiglia non si “mette su” ; si può mettere su un’impresa o un’attività. La famiglia è un’altra cosa. Forse ci vuole della prepotenza, forse se in vita mia fossi riuscito a essere prepotente, ce l’avrei fatta. Ma non lo sono mai stato. Anzi, sono piuttosto codardo. Certe cose le ho sempre evitate, ho sempre abbassato la cresta. Di sicuro non sono riuscito a mettere su famiglia». Come la sua macchina da scrivere, è uno scrittore introvabile.
SÁNDOR MÁRAI
Bébi, il primo amore
Adelphi
