All’interno delle biografie che desidero leggere, quando è possibile, cerco i libri amati, ci sono spesso letture che hanno segnato dei percorsi o fatto maturare delle scelte. Leggere il libro che una persona dichiara di amare, ti permette un avvicinamento quasi esclusivo. In questi ultimi mesi ho percorso ogni latitudine della vita di Johnny Cash, un artista che alla fine degli anni Sessanta era il quinto uomo più conosciuto del pianeta terra. Una esistenza complessa lo ha mosso da dentro e non ha tradito neanche una stagione. Mentre era in tournée scriveva, ma leggeva anche molto, cullato dal ronzio del motore di Unità Uno, l’autobus con il quale si spostavano da una città ad un’altra. Tra i diversi autori spicca il nome di James Albert Michener e soprattutto il titolo di una delle sue numerose storie scritte, Colorado, pubblicato nel 1974. Mi sono messa alla ricerca di questo romanzo, alla fine sono riuscita a prenderlo in prestito in una delle tantissime biblioteche romane. Seicento pagine di prateria e fiumi, selciati e ferrovie, dove si intrecciano vite di cowboy nei ranch, partendo dagli uomini primitivi e passando attraverso le vite degli indiani, fino ad arrivare alla metà degli anni Settanta. Nei ringraziamenti Michener scrive, «questo romanzo tratta un argomento cui mi sono interessato fin dal 1936, quando ho avuto a che fare per la prima volta con il fiume South Platte. Scriverlo è stata una delle esperienze più felici della mia vita, poiché mi ha messo in contatto con molte persone colte e sensibili». Ripercorre la storia delle pianure del Colorado nord-orientale, l’avventura impazza tra le mappe che ci mette a disposizione. Molti episodi del libro sono tratti da fatti realmente accaduti e sostenuti dall’immaginazione suggestiva.
Mentre leggevo ho notato tante riflessioni di Johnny Cash espresse nella poetica dei suoi testi, ci sono le sue idee che ha condiviso anche nelle interviste. È un on the road scritto con la storia e comincia da molto lontano, e mentre la strada si fa camminando, ci si appassiona. Sarà complicato per il lettore non fermarsi lungo il fiume a pensare grazie alla continua alternanza dei fatti che coinvolgono i protagonisti; bisogna essere capaci a soffrire per non combinare pasticci, comprendere che non esiste attesa interminabile, è un alibi per sentirci protetti. I cowboy non ammettono alibi. Guarderai il cielo e davanti agli stormi che disegnano voli sbalorditivi, sarà impossibile non pensare alle corse affannose dell’umanità rassegnata, nella quale continuiamo a muoverci. Non viene risparmiato nulla di ciò che ogni esistenza deve fronteggiare perché se ci sono i punti luce, devono necessariamente esistere anche le ombre. Per questo motivo l’autore non solo racconta ma ci mostra l’importanza del percorso di un fiume apparentemente inutile, l’ingiustizia e la prepotenza umana, osserveremo che nella prateria non c’è solo il vento ma anche tanta polvere, sentiremo il freddo nel sole e capiremo che siamo predestinati alla discesa, dopo aver toccato il cielo con un dito. Non manca nulla alla storia, scritta in tanti anni di studio, neanche un fatto sinistro che dovrà essere risolto, e naturalmente l’incontro sentimentale, imprevedibile perché autentico.
«Jim Lloyd era rimasto sull’altra riva del fiume con Coker ma, non appena attraversò, si trovò a fissare negli occhi una ragazza, la più bella che avesse mai visto. Aveva una carnagione scura, occhi neri e capelli color ebano. Era alta quasi quanto lui e aveva lo sguardo audace, che pareva sfidare gli uomini. Jim, in alto sulla sella, sorrise con aria spavalda. Lei scoppiò in una risata derisoria e, quando furono passati, Jim chiese a Skimmerhorn: ‘Chi era quella ragazza?’ L’uomo si voltò a guardare e rispose: ‘La figlia di Levi Zendt’. È mezzo indiana. Allora Jim disse con calma: ‘La sposerò’».
Prima di restituire il libro alla comunità, ho appuntato una frase per non dimenticare il suo significato e perché non dovremmo mai essere insensibili al tepore: «Qualunque terra è interessante in se stessa, ma il suo principale significato risiede sempre nella vita che sostiene». Sono arrivata alla fine di questo viaggio e come Johnny Cash, ho ringraziato il Premio Pulitzer perché nonostante tutto ci ricorda l’esistenza di emozioni forti su cui approdare.
MICHENER, JAMES ALBERT
Colorado (Centennial)
Bombiani
