Concludo la lettura del libro mentre dentro risuonano continue riflessioni, alcune sembrano ovvie e invece sono essenze che posso perdere di vista, oggi e sempre. Desidero raccontarvi questo libro, mentre cerco di arrivare agli angoli delle sue pagine. Francesca Biffi scrive una autobiografia autentica, complessa, di una donna che ha lasciato il luogo dove è cresciuta ma ha costruito tanti fatti, verso più direzioni. Riconosco quell’impegno richiesto nel realizzare ripetute familiarità, e penso che forse non mi sarà data l’opportunità di annoiarmi dentro le abitudini, ma nonostante tutto trovo del conforto in fondo a chi sono, tra tutti questi giri di terra. Sono fortunata perché sono sincera e sono presa costantemente dalla voglia di domandare, allora scrivo a Francesca e le chiedo; è così che nasce questa intervista.
- Mi ha colpita questa storia, dolorosa ma non triste. Possiamo definirla una autobiografia. Cosa ti ha spinto a tramutarla in un libro?
L’idea del libro c’è sempre stata, forse un sogno che coltivo fin da bambina. L’dea di raccontare quanto fosse successo a mia nonna è venuta dopo, soprattutto dopo il periodo del “Me too” dove le donne denunciavano apertamente di essere state molestate dagli uomini in vari ambiti compresi domestici e lavorativi. Ho voluto dare voce a mia nonna e onorare la sua vita e suoi sacrifici per tutte le donne che come lei non hanno potuto parlare, non hanno potuto liberarsi del patriarcato e maschilismo che le hanno rese vittime di una cultura schiacciante. Poi da cosa è nata cosa, è nato pure mio figlio e grazie al mio lavoro mi sono confrontata con il passato traumatico della mia famiglia e mi sono lasciata guidare dalle anime dei miei pazienti per fare quello che chiedevo loro: guardare onestamente a me stessa, ai miei vissuti, ricordi, anche alla mia infanzia. Così mentre scrivevo le prime pagine su mia nonna mi sono resa conto che non potevo ignorare il fatto che i suoi racconti non arrivavano solo per bocca sua ma anche attraverso i ricordi delle mie zie, di mia madre, i miei. Ho capito che eravamo tutti intrecciati e le nostre vite non potevano essere comprese solo guardando ai singoli individui ma che esistevamo in funzione gli uni degli altri, eravamo tutti interconnessi. Seduta alla scrivania, guardando lo screen del computer, si sono affacciati anche tanti eventi personali, i miei pazienti, i due mondi l’America e l’Italia. Il libro è diventato di più del solo racconto della storia del rapimento e della sopravvivenza di mia nonna, timidamente è diventato anche la voce dei miei ricordi un po’ tristi, del senso di colpa che accompagna le donne quando perdono un figlio, del rapporto fra me e mia madre, e della mia nostalgia per Roma e il mio quartiere.
- Ci sono dei posti al mondo che ci insegnano a non giudicare. Cosa significa la Magliana per te e cosa ha comportato doversi staccare geograficamente da lei?
La Magliana per me è la culla, è il luogo dove sono nata, ho imparato a camminare, parlare, ad andare in bicicletta. È il luogo della prima comunione, della prima elementare, della prima amichetta. Un quartiere popolare dalla lunga storia di case occupate, della banda della Magliana, sporco va bene ma vivo e vivace, ricco di persone buone, generose, interessanti. Le persone che se ne vanno dai loro luoghi natii possono capire bene cosa si prova quando i piedi tornano sul suolo delle origini. È un’emozione difficile da descrivere. Posso dire semplicemente che è una grande gioia e ci si sente a posto, al posto giusto, in ordine. Infatti, quando nel 2023 sono tornata, ho deciso proprio di risiedere a Magliana perché tornare per andare altrove non mi avrebbe fatto sentire a casa. Avere mio figlio a Magliana è stato come ricongiungere una parte importante di me con il luogo da dove provengo, è stato unire due continenti, due storie del mondo, due famiglie. Non so quanto rimarremo a Roma ma adesso posso dire che non sento più il distacco della distanza, l’oceano che ci separava. Per qualche ragione strana, mi sembra come se la distanza si sia accorciata o addirittura scomparsa, come se io, mio marito, mio figlio e i miei animali tutti qui con me avessimo costruito un ponte che unisce California e Italia e possiamo fare avanti e indietro tranquillamente.
- L’atto della scrittura in cosa ti ha aiutata?
Scrivere è sempre stato importante per me. Quando mi siedo a scrivere, qualsiasi cosa, mi rilasso, è come meditare. Scrivere questo libro mi ha aiutato a diventare più sincera senza vergognarmi. In fondo come ha detto lei, è un’autobiografia e non mi è mai piaciuto parlare delle mie cose personali. Ho cercato di farlo in modo onesto senza compromettere altre persone e anche rispettando il mio pudore. Non è stato facile ma sono contenta di esserci riuscita. Credo di aver ricucito delle ferite, perdonato gli errori di mia madre e quindi anche i miei, quelli che faccio come madre perché è un compito davvero difficile. Scrivere è un atto decisamente liberatorio.
- Dopo esserti laureata in Psicologia Clinica e di Sviluppo presso La Sapienza di Roma sei partita per gli Stati Uniti, hai lavorato presso il San State Prison come psicoterapeuta per i condannati a morte. È una zona del libro potente, si guarda in faccia all’importanza della speranza, l’utilizzo del perdono, l’esistenza del limite umano, alla violenza che genera violenza. Cosa ti toglie e cosa ti restituisce il lavoro che hai scelto?
Il mio lavoro è una vocazione per me. Non è sempre stato facile capire cosa significasse fare il mio mestiere soprattutto negli ambiti in cui mi sono trovata e confrontandomi non solo con i pazienti ma con i sistemi presso cui si svolgevano le mie funzioni. Ho imparato ad essere paziente, ad ascoltare, a comprendere la natura umana. Nel corso degli anni mi sono fatta un’idea mia della malattia mentale, della criminologia, della psichiatria e dei sistemi di correzione e riabilitazione. È un mondo oppressivo e chiuso, che oscilla fra la correzione e la riabilitazione, apertura a dare “second chance” e condanne a vita. Sono cambiata anche io grazie e a causa del mio lavoro. A volte mi ha fatto aprire la mente rispetto a metodi clinici, nuovi sistemi e modi di lavorare e pensare e a volte mi ha fatto scappare perché quello che sentivo, dai pazienti e anche dai colleghi, e quello che vedevo era troppo da sopportare. L’interazione con i miei pazienti mi restituisce sempre la sensazione di fare un mestiere bellissimo, la certezza che la mente umana è un mondo un po’ scontato e un po’ alieno da scoprire. Quando ascolto le persone che si raccontano e mi parlano dei loro problemi, io dopo 25 anni che faccio questo lavoro, ancora mi emoziono! Penso questa sia la cosa più importante per me.
- Abbiamo il compito di pensare a chi siamo veramente, essere sinceri con noi stessi per accogliere le trasformazioni che accadano. Cosa auguri al lettore che leggerà questa storia?
Al lettore e alle lettrici che leggeranno questa storia auguro di emozionarsi e non sentirsi soli nei loro dubbi, paure, errori del passato. Spero che possano vedere anche loro il ruolo importante del perdono nelle nostre vite e la speranza concreta di vivere al meglio di noi stessi.
- Domanda di rito: nella vita di un essere umano la lettura non è un bisogno primario. Possiamo veramente fare a meno di essere dei lettori?
Assolutamente no. Ci siamo inventati questo modo straordinario di comunicare, di raccontarci e tramandarci informazioni di tutti i tipi, di vedere dei simboli scritti e dare loro un suono e un significato, solo per quello vale la pena essere stupiti e continuare a scrivere e leggere. Non tutto quello che leggiamo ci diverte, emoziona, appassiona ma non per quello dobbiamo rinunciare. Io credo che leggere può essere un modo divertente di passare il tempo, non solo un compito di scuola o un modo di sentirci più intelligenti rispetto a chi non lo fa. Leggere può essere una piacevole distrazione dallo stress, la vita caotica, anche un modo di viaggiare, rispecchiarsi nelle storie raccontate, trascorrere un po’ di tempo in silenzio nella nostra mente. Ecco, quel silenzio può diventare una necessità soprattutto per chi come me, vive in un luogo caotico e rumoroso come il mio quartiere.
FRANCESCA BIFFI
Il cordone
Amarganta

