Ennio Flaiano portava gli occhiali, aveva uno sguardo tagliente e il viso quasi nascosto dietro un bel paio di baffi folti. Ma non era un uomo che voleva nascondere ciò che pensava. Incontrò Longanesi, editore visionario, a Milano nel 1946 e gli chiese di scrivere un romanzo per i primi del mese di marzo, e che avrebbe subito dato un anticipo. In soli tre mesi Flaiano scrisse della sua esperienza in Etiopia e lo intitolò Tempo di uccidere; una storia che per molti anni rimase sola a raccontare l’occupazione italiana in Africa. Una guerra della quale l’autore si vergognò a lungo, costretto a fare qualcosa di turpe e dove racconta di un ufficiale italiano che si perde in una parte di Africa surreale e simbolica e uccide senza volerlo una donna e poi fugge. L’uccisione non è il tema centrale della storia, ma l’idea che il protagonista sviluppa di sé stesso, per questo motivo è ricca di materia esistenziale, sorretta da una scrittura lucida e asciutta. Un capolavoro, che vinse la prima edizione del Premio Strega, capace di spostare i sentimenti della coscienza collettiva. Nonostante il successo del romanzo, Flaiano disse di no a Longanesi quando gli chiese di scrivere il secondo romanzo, non aveva voglia di incanalarsi dietro alla rincorsa dei premi letterari, disse durante un’intervista, «I premi letterari vanno benissimo, ma ci vorrebbero anche le punizioni, però.»
Negli anni ho letto soprattutto le sue sceneggiature, perché sono attratta dall’uso che fa dell’umorismo come anticorpo, dal suo affettuoso cinismo, dalla capacità di entusiasmarsi fino a sfiorare l’infantilità e che caratterizza un vero artista, il suo dolore lo rende poetico e anche estremamente chiaro. A cinque anni Flaiano lascia l’Abruzzo dove nasce nel 1910, per vivere in famiglie che lo adottano in modo temporaneo, quindi gira diverse città come Chieti, Camerino, Fermo, Senigallia e Brescia; è da quest’ultima città che a tredici anni parte alla volta di Roma, meta definitiva, per frequentare il Collegio Nazionale: «quello che chiedevo a Roma era una perdita di innocenza, Roma mi ha insegnato che il mondo è fatto di un certo lasciare andare, di un certo cinismo, Roma insegna questo, a resistere, a vivere». Non intendeva diventare uno scrittore, aveva delle aspirazioni più modeste e diverse, come rilegare i libri in quanto attratto dalle arti dove poter utilizzare le mani. Invece, fortuna nostra, scrisse, perché la sua vista era troppo acuta per restare incolta e anonima al pianeta terra. Porta un carico sulle sue spalle di passato e anche di futuro, gli capitano molti fatti curiosi, che egli fa dire anche nel romanzo Tempo di uccidere all’amico del protagonista, così le circostanze accadono a lui perché sono parte del suo modo di essere. Questo romanzo lo rende celebre mentre noi lettori possiamo apprendere l’idea liberale della vita, ci sono libri che dopo averli letti rendono un essere umano pensatore e l’uomo è un animale pensante e quando pensa non può che essere in alto. Parole di Ennio Flaiano.
ENNIO FLAIANO
Tempo di Uccidere
Adelphi

