Il 16 giugno del 1904 James Joyce ha il primo appuntamento con Nora Barnacle, la donna della sua vita. Il 16 giugno è il giorno in cui è ambientato Ulisse, uno dei capolavori dello scrittore irlandese. Il 16 giugno del 1954 un gruppo di scrittori di Dublino appassionati del romanzo, decidono di festeggiare i suoi trent’anni dalla pubblicazione, ripercorrendo i luoghi esplorati da Leopold Bloom, l’agente pubblicitario protagonista del romanzo, e da questo momento si celebrerà la storia; oggi si festeggia il Bloomsday!
James Joyce è stato un radicale innovatore del romanzo moderno, distaccandosi dal precedente perché non è interessato alla descrizione naturalistica della realtà, ma alla vita interiore dell’essere umano, si focalizza sui pensieri dei suoi personaggi. Dubliners è un’opera pubblicata nel 1914, una raccolta di quindici brevi storie in cui lo scrittore dipinge la vita di alcuni abitanti di Dublino, personaggi diversi, che vivono in zone diverse della città, ma è lo spirito della provincia ad unire i racconti. Spesso l’autore si sofferma dentro ai momenti della quotidianità delle persone, dove sembra che nulla possa accadere, in realtà si manifesta una importante forma di autoconsapevolezza. Durante la lettura di questo libro, vivevo ancora in provincia, fui colpita dalla capacità di Joyce di descrivere la paralisi dei personaggi, il senso di disillusione che cresce in un contesto ad alto livello di conservazione e che impedisce di realizzare i propri desideri. Quando l’essere umano comprende cosa vuole diventare comincia a pensare alla fuga, si dedica alla ricerca del proprio qualcosa. In tutti i racconti accade una circostanza che al protagonista della storia gli rivela un significato utile alla consapevolezza, dalla quale poter attivare un cambiamento, ma tutti i personaggi di Joyce scelgono di continuare passivamente il loro cammino esistenziale, nell’immobilità, senza prendere la guida verso ciò che si vuole essere, e che Joyce senza mezzi termini ci dice che solo il coraggio può fare.
Ricordo la straordinaria capacità di descrivere questa condizione e forse anche grazie a questo libro, come tanti altri, che non ho mai accettato la rassegnazione, non ho mai pensato di privare questa esistenza di impulsi vitali, ma puntare alla svolta dopo una improvvisa rivelazione. Non usufruire del proprio impulso vitale può essere devastante, a Joyce non interessa divulgare messaggi morali, ma descrivere condizioni dalle quali il lettore può trarre le proprie considerazioni.
In questi giorni ho finito di leggere Dubliners 100 un omaggio ad un opera che ha compiuto cento anni; una raccolta di racconti, scritti da quindici autori e autrici irlandesi, curata da Thomas Morris, mentre l’edizione italiana è stata curata da Mirko Zilahi. Con stile diverso, alcuni racconti sono straordinariamente originali e tutti sono introdotti da un piccolo brano del racconto in lingua inglese. Anche la nuova gente di Dublino è piena di dubbi e rispecchia la storia di una società in affanno, ogni autore e autrice reinventa uno spazio contemporaneo attraverso la propria visione, alcuni di loro tentano di avvicinarsi a Joyce, altri no, ma tutti cercano di restituire la faccia di un prisma che riflette umanità, tutti cercano di seguire l’insegnamento dell’autore irlandese, nel particolare è racchiuso l’universale.
Ho affrontato questo viaggio letterario anticipando quello reale, e così ho cominciato ad assaporare la birra in un pub, la musica di strada, lo sport tra i pali, l’arte conservata in biblioteca, il verde solitario dei parchi, il rosso dei mattoni, i ponti che uniscono distanze. C’è un racconto che ho letto due volte, perché si torna sempre dove ci piace stare, si intitola Un caso penoso scritto da Paul Murray tradotto da Enrico Terrinoni. È la storia di James Duffy un critico gastronomico, brutale, considerata la penna più temuta di Dublino: «Lo disgustava la debolezza della gente, la loro pietosa bramosia di sentirsi accettati. Non erano interessati al tipo di carne maciullata con cui si stavano abbuffando, bastava riuscire a sfuggire alla propria solitudine per qualche minuto. James non credeva alla solitudine, erano tutti soli, ognuno nasceva da solo e moriva da solo, fa parte del gioco. L’unico vizio in cui indulgeva in vita sua era la musica, soprattutto i gruppi hardcore americani degli anni Ottanta, i Fugazi, i Soulside, i Minor, tipi così, ma per James le divinità erano Maximum Outrage, una band del New Jersey».

Autori e Autrici:
Patrick McCabe, Mary Morrissy, John Boyne, Donal Ryan, Andrew Fox, Evelyn Conlon, Oona Frawley John Kelly, Belinda McKeaton, Michele Forbes, Paul Murray, Eimear McBride, Elske Rahill, Sam Coll, Peter Murphy.
Traduttori e traduttrici:
Susanna Basso, Andrea Binelli, Franca Cavagnoli, Riccardo Duranti, Enrico Terrinoni, Ira Torresi, Mirko Zilahi.
Dubliners 100
Minimum Fax
