L’Ultimo Intellettuale

Oggi, il silenzio dei miei pensieri genera lacrime. L’amicizia con Goffredo Fofi è stata mediatrice di valori, degna di ascolto, di rispetto, di dialogo infinito e di attenzione, quella specie di amicizia in grado di far rifiorire la speranza anche nel deserto del dolore. Ho conosciuto Goffredo tre anni fa, quando decise di donare il suo fondo librario alla Biblioteca Sperelliana di Gubbio, emozionata e contenta andai nella sua casa romana durante una mattina di semi primavera, per accertarmi che il trasloco avvenisse nel migliore dei modi. Per me non era uno sconosciuto, ero abbonata alla rivista Lo Straniero. Invece per lui ho smesso di essere una sconosciuta e dopo aver trovato un punto di dialogo con un comune registro ironico, la mattina si concluse come era cominciata, carica di sorpresa. Siamo diventati amici e siamo restati tali fino ad oggi, fino a quando Goffredo non ha deciso di andare; lo so che si tratta di un legame, ma sento la perdita. Una vita straordinaria, la sua, perché è riuscita ad attraversare attivamente degli anni culturalmente e socialmente importanti e profondi, complessi ma vivaci, composti da generazioni che utilizzavano il Noi; «adesso», mi diceva, «la gente non è più abituata a lavorare in gruppo, c’è un narcisismo di massa che preclude la capacità di vedere le persone che ti orbitano intorno»

Due caratteristiche gli hanno permesso di vivere le vite che ha vissuto, la sua energia, che lo ha mosso perpetuamente e la sua curiosità, la spinta continua verso la perlustrazione e la volontà di frequentare il cambiamento. Goffredo non si è mai sentito un reduce, ha vissuto ogni giorno come la sua fatica, la sua pena, il suo ben fare, la sua ostinazione. Probabilmente la nostra amicizia non è finita qui, ma non riceverò più gli sms per organizzare le mie pause pranzo, le mail con gli allegati da stampare per correggerli insieme. Non sosterò con la sediolina di legno di fronte alla sua poltrona, per ascoltare il cammino dei suoi racconti, e non viaggerò più in macchina con lui verso Gubbio. Essere nato a Gubbio la considerava una grande fortuna, e quando scorgeva le prime colline umbre, diceva che avvertire le proprie radici permette di scoprire il mondo senza sentirsi mai un estraneo.
Ho tanti ricordi che continuano a sollecitare il suo insegnamento, ma da oggi non ci sarà più quel frammento poetico che caratterizza l’incontro tra gli esseri umani. Pochi mesi fa mi disse «lo so che hai un manoscritto nel cassetto». Ma io risposi che non avevo nessun manoscritto nel cassetto, mentendo. Non nego di essere stata felice che un intellettuale, abbia pensato che fossi in grado di custodire una storia in un cassetto. Spero di non dimenticare mai nulla di tutto quello che è riuscito a tramandarmi, delle parole che riusciva a scegliere, creatrici di contesti, dei gesti e confidenze portatrici di fiducia. Ho capito molto di chi sono attraverso i suoi consigli, anche quelli che urlava sorridendo, mentre uscivo di casa, «fai meno introspezione e più rivoluzione!». Goffredo ha scritto e curato 1.953 libri. L’ultimo libro che mi ha regalato (meraviglioso!) è la raccolta dei sonetti di Michelangelo Buonarroti. Un giorno, dopo aver finito di pranzare, rigorosamente vegetariano, dovevo rientrare al lavoro e lui insisteva che dovevo prendere dei mandarini appena colti dall’albero, che aveva ricevuto in regalo da un’amica; invece io insistevo che doveva tenerli tutti, per integrare la Vitamina C. Quando arrivai in biblioteca e andai ad aprire lo zaino per prendere gli occhiali da vista, trovai tre mandarini nella tasca. Un episodio che racconta l’affetto, la cura e la stima reciproca, probabilmente racconta che si può scomparire, ma mai fino in fondo. 

Giunto è già ’l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Michelangelo Buonarroti