Ho sfogliato per la seconda volta le pagine di questa storia, è un romanzo che mostra continuamente la sua grandezza. Vent’anni dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, un generale stizzoso e un colonello cappellano torbido dell’esercito italiano, ricevono un mandato delicato: ritrovare i resti dei soldati caduti in Albania. La missione si mostra fin da subito complicata, in una terra impervia, in cui vive un popolo fiero per il quale la Guerra sembra essere una condizione di vita. Il generale dell’armata morta pubblicato nel 1963, (in Italia nel 1982 da Longanesi!) è il primo romanzo di Ismail Kadaré, fu accolto negativamente dalle autorità balcaniche, ma la potenza evocativa della sua scrittura è senza precedenti. Kadaré è stato uno scrittore e un poeta albanese conosciuto nel mondo e tradotto in circa cinquanta lingue. Nel 2005 la giuria decise di assegnargli il Man Booker Prize, e più volte è stato selezionato tra i candidati del Nobel.
I due protagonisti senza nome e in divisa, vivono in maniera estremamente seria la missione, dovranno scavare, disseppellire, attribuire identità, caricarli su un camion e riportali in patria. Ma a cosa può servire un intero esercito morto?
La quotidianità del nostro soldato è dominata da incubi, alcol e mal di testa, perché la morte gli invade l’anima. La natura è lo sfondo continuo degli stati d’animo e delle emozioni umane, i due compagni viaggiano attraverso l’Albania in tenda, nelle case dei villaggi, attraversano le pianure per risalire le montagne, scavano sulle rive dei fiumi e del mare. «Spossati, sfiniti, si sentivano rotti dalla fatica. Né il vento né la pioggia dicevano loro dove si trovavano i soldati che cercavano. Ne raccolsero più che poterono e tornarono di nuovo indietro per contarli».
Le ossa restituiscono la storia che si portano appresso, e grazie ai racconti d’osteria si ricostruiscono vicende. Sono storie traboccanti di emozioni e di crudeltà appartenente alla Guerra. Mi sono commossa di fronte al ritrovamento dei resti di un disertore che lavorava e si nascondeva in un mulino, e che finì per innamorarsi della figlia dei proprietari; una storia contenuta in un diario rinvenuto. «Mi dispiacerebbe davvero che mi credessero un vile! Ne avrei vergogna soprattutto di fronte a Cristina, è cosi giovane e graziosa. Non ha ancora diciassette anni e ogni volta che la vedo sento il cuore che mi si svuota come uno pneumatico di bicicletta che si sgonfia improvvisamente. Così!»
È un fluire di coscienze che emergono nel dopoguerra, perché dentro lo smarrimento la realtà è solo un frammento senza senso. Il poeta è stato in grado di cogliere il totalitarismo contemporaneo, un crescente assalto alla democrazia e si è voluto misurare con la regressione illiberale e antidemocratica. Non è un buon sintomo per l’umanità, quando si guarda intorno e non riesce a pensare a niente, parola di Ismail Kadaré.
ISMAIL KADARÉ
Il generale dell’armata morta
Longanesi – 2010
