La passeggiata

Farò partecipare un mio racconto ad un concorso letterario. Avevo qualche remora, che definirei parvenza di insicurezza, poi il grillo parlante mi ha detto: «Lavora. Porta il racconto alla sua perfezione e non pensare agli altri. Dopo La passeggiata di R. Walser nessuno dovrebbe più scrivere racconti, allora». Sono andata verso lo scaffale della libreria di casa, ho preso in mano il racconto di Walser, poi ho scoperto di non aver mai proposto la lettura di questa meraviglia, che negli anni ho letto ripetutamente. È risaputo che lo scrittore svizzero è stato per tutta la sua vita un grande passeggiatore, consapevole dello stretto legame esistente tra la passeggiata e la scrittura, considerandola un momento fondamentale per la sua ispirazione poetica; esce per procacciarsi idee.
Robert Walser ha scritto nel 1916 un lungo racconto, in prima persona, che viene pubblicato nel 1917. Il testo narra di una passeggiata del tutto immaginaria fatta dall’autore nelle strade di un paesino svizzero di cui non sappiamo il nome, probabilmente nel cantone di Berna. Il protagonista del racconto è un eroe malinconico, che si presenta fin dall’inizio come uno scrittore, che trasforma la sua passeggiata come una lotta contro il tempo che scorre, comincia la mattina e finisce la sera. Esce dal guscio della sua solitudine, si allontana dal suo appartamento e appena evade diventa allegro.

Il suo camminare è un andare a vanvera, ossia senza nessuna meta e senza nessuno scopo, e nell’andare in questa modalità ci si perde verso l’interiorità. Proprio come fa con la penna, segue il suo andare, la scrittura non cattura nulla, la vita, i sentimenti, la realtà, ma celebra premurosamente l’indefinibile esperienza che si fa al mondo, e diventa sostanza solo grazie alla narrazione. Nell’autore c’è una smania vagabonda, che restituisce con descrizioni poetiche. Le contrapposizioni di un territorio come la Svizzera, sono l’opportunità di far spaziare le riflessioni, tra terra e acqua, città e campagna, uno spazio misterioso dove le grandi montagne annullano l’orizzonte. La felicità che riempie il narratore durante il cammino rimane autentica, anche se le circostanze non sono sempre liete. L’ironia è uno strumento utile per avere uno slancio affettuoso verso il mondo che abita. Ogni volta che leggo questo racconto provo una sensazione diversa, oggi ho la sensazione di essere un’equilibrista, proprio come Walser. La bellezza delle cose reali è per lui un incanto continuo, ma non si sottrae alle tristezze della vita, mentre cerca di distribuire le parti che compongono l’esistenza per trovare un continuo bilanciamento.

Walser ha fatto l’ultima passeggiata il giorno di Natale del 1956 uscendo dal manicomio cantonale di Herisau, era diretto nelle lande del cantone svizzero dell’Appenzello esterno, inoltrandosi nella natura che pareva attrarlo, fu ritrovato senza vita sopra un manto di neve. Fare esperienza significa aprirsi ad essa, essere disponibili con la realtà, provare stupore, è grazie a quella sensazione di meraviglia che entriamo in relazione con le cose. Il confronto con la realtà non è altro che un continuo e costante confronto con sé stessi; ed essere arrivata ad un punto che non immaginavo, ora significa attingere in quella parte di me che sono riuscita a riscrivere. Robert Walser attraverso la letteratura ci trasmette un messaggio importante, l’attività del pensiero è attività costante che si esplica in ogni momento della nostra vita, e pensare richiede tempo, è un esercizio che si può fare solo se liberato dalla frenesia, e spesso utilizziamo la velocità per fuggire dalla paura di non riuscire a supportare il peso di chi siamo. Ma se non scopriamo il valore che ci vive dentro, non significheremo mai nulla per nessuno. Walser è assolutamente consapevole dell’incompatibilità tra la sua arte e le esigenze estetiche del grande pubblico, scrivere non significa cercare facili consensi, ma riconoscere un modo di espressione personale, e lui lo ha fatto, a cominciare dalla sua calligrafia, era così piccola che sembrava essere segreta.

«Colpito piacevolmente dal canto inatteso, mi fermai un po’ in disparte, sia per non disturbare la cantante, sia per non perdere il mio privilegio di ascoltatore e il relativo godimento. La canzone che cantava quella fanciulla mi sembrava straordinariamente felice e allegra. Le note fluivano giovani e innocenti al pari della felicità stessa: felicità della vita, felicità dell’amore. Era come un non poter più vivere a causa di una immagine troppo bella, ricca, dolce della vita».

ROBERT WALSER
La Passeggiata
Adelphi