Ian McEwan ha cominciato la sua carriera quarant’anni fa, oggi è tra i più grandi narratori viventi. Nel mese di novembre dello scorso anno è uscito il suo nuovo romanzo edito da Einaudi, con il titolo Quello che possiamo sapere.
Nell’ottobre del 2014 il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non sarà mai pubblicato. Il punto di osservazione su questo accadimento arriva dal futuro, quando nel 2119 dopo una catastrofe che distrugge quasi tutto, un docente Thomas Metcalfe (che insegna la letteratura tra il 1990 e il 2030 a studenti poco interessati al passato), è ossessionato dallo studio del poeta Blundy e nel ricostruire la sua vita si imbatte nella scoperta del poema. In questa storia si narra di un convivio ambientato negli anni nostri e poi si parla di un componimento; ma soprattutto la narrazione percorre la strada della ricerca, il metodo straordinario che non è confinato al solo perimetro tranquillo di una biblioteca, ma assume i contorni di una avventura difficile e stimolante.
In questo libro noi siamo il passato, mentre il futuro sembra guardarci alternando al senso di invidia un senso di disgusto. L’autore non rinnega l’importanza della conoscenza del passato e soprattutto la consapevolezza del senso della storia, ma fa intendere che le nuove generazioni necessitano di vivere in profondità il presente per costruire il futuro, sembrano brutali nell’atteggiamento ma probabilmente sono stanchi e in difficoltà di fronte al professore Metcalfe, un uomo ortodosso scampato alle guerre nucleari di cui parla continuamente. È un libro di fantascienza umana, perché non è la visione tecnologica che interessa all’autore, ma il futuro delle relazioni umane. Magistrale è la capacità nel costruire la narrazione attraverso il dialogo dei punti di vista, lo stile è chiaro nella densità dei tempi.
Dal frammento di storia, la ricerca del poema, McEwan incentra la sua abilità nel comporre il romanzo partendo dal basso, senza trascurare i dettagli, perché per lui è vietato perdersi nelle generalizzazioni. Affronta intensamente le questioni personali, usa un domani plausibile per raccontarci la storia di due matrimoni, trattare il ruolo della donna, la pressione dei figli sugli adulti, ci parla di relazioni d’amore, ma anche di tradimenti, e poi al centro c’è un crimine terribile. Ma ancora una volta questo scrittore non è interessato ai temi, quanto a creare immagini, con distinguibile audacia. Forse vuole riscattare la generazione che sapeva apprezzare la banale normalità della vita, e non trascura nulla, neanche l’importanza della memoria che conferma l’identità di ognuno, ma che può essere sottratta dagli attraversamenti invisibili dell’Alzheimer. Fino a questo romanzo pensavo che solo l’imprevedibilità conserva la speranza per il futuro, ma Ian McEwan aggiunge che servirebbe una dose di ansia utile, per proteggerci e per vivere al meglio.
Quello che possiamo sapere mette insieme il visibile e l’invisibile, il dicibile e l’indicibile, la scrittura è il senso che resta alle spalle delle parole, ciò che senti è una moltitudine di emozioni che arrivano da un solo significato: «Ma su di noi ha pesato una questione che preferiamo non affrontare. Avevamo smesso di essere amanti, e dopo che me ne ero andato diventammo buoni amici, decisi a non perderci. Ciascuno dei due aveva relazioni, ne parlavamo perfino, e concordavamo nel dirci che quella intimità di fratelli era per entrambi un sollievo. Era come se fossimo in attesa. Ci sentivamo vicini, e prima o poi sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe costretti ad allontanarci del tutto o ad avvicinarci sempre di più».
IAN McEWAN
Quello che possiamo sapere
Einaudi
