Centocinquanta anni fa è nato Jack London (1876-1926) uno scrittore tradotto in tutto il mondo. È divenuto il mio punto di riferimento quando ho cominciato a scoprire il senso delle sue storie e quando scrisse che tutto ciò che era lo doveva soltanto a lui stesso e che soltanto il lavoro aveva fatto di lui un uomo. Era consapevole di quanto poco avesse ricevuto e di quanto la mancanza della stabilità di una famiglia lo avesse segnato in ogni cosa. Jack era un ragazzo forte, determinato, capace di reggere la violenza dei compagni; ciò che lo rendeva diverso dal mondo che viveva nelle strade di Oakland, tra le banchine del porto popolate dai ragazzi che crescevano troppo in fretta, era la sua fame di libri era attratto dalla scoperta attraverso la lettura. La biblioteca divenne il suo rifugio e la Bibliotecaria si accorse di lui e della sua voracità nel divorare volumi fuori dal comune; lo guidò nelle letture ampliando i suoi gusti. Tra quegli scaffali scopriva qualcosa che nessuna povertà gli poteva sottrarre, la sua vocazione. Lui sapeva che avrebbe conquistato ciò che il mondo si rifiutava di dargli e non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di appartenenza. Affrontava tutto con brutalità anche lo studio, perché aveva capito di possedere una mente potente e gli piaceva.
Tra i suoi racconti tengo a portata di mano quelli che narrano la boxe, in particolar modo il racconto Una bistecca uscito il 20 novembre del 1909. È intrigante comprendere come le parole per Jack London fossero una risorsa utile a narrare su carta bianca la vita vissuta, ma anche uno strumento per approfondire l’emozione delle sue esperienze. L’esperienza ha bisogno di parole. In questo racconto la boxe è metafora della vita, si scontra la vecchiaia con la giovinezza e la usa per esplorare le dinamiche del Darwinismo. «Il tesoro di King era l’esperienza: man mano che la vitalità s’era smorzata ed era diminuito il vigore, King li aveva sostituiti con l’astuzia, con la saggezza nata dalle lunghe battaglie, con un oculato dosaggio delle proprie forze. Aveva imparato non solo a evitare movimenti inutili, ma anche ad attivare l’avversario in tranelli che gli facevano sprecare fiato ed energia. King si risparmiava ma non permetteva che Sandel facesse lo stesso. Era la strategia dell’Età adulta».
London con il tempo per me è divenuto una sorta di idolo, non solo per lo stile che ha dovuto cercare dentro di sé, non solo perché è stato difficile scovare qualcuno disposto ad ascoltarlo, ma sopra ogni cosa ho continuato a seguire le sue tracce per la sua testardaggine e la grinta di chi sa che fermarsi significa morire. Solo in questo modo ha saputo percorrere intensamente la sua ridotta distanza esistenziale: il suo destino è cominciato da bambino illegittimo figlio di una squilibrata e di un astrologo che non lo ha riconosciuto, visse un’infanzia dove era consuetudine spostarsi da una città all’altra inseguendo fortune che non arrivavano. Diventò un operaio di soli quattordici anni che lavorava tutto il giorno per un dollaro, poi si tramutò in un ragazzo che trascorreva il tempo nelle biblioteche di mezzo mondo fino ad essere lo scrittore più tradotto della propria generazione. Fu un pirata di ostriche e un uomo che navigò il Pacifico del sud, visse nei quartieri poveri di Londra e dormito nelle capanne dei cercatori d’oro nello Yukon. Si sposò due volte, dal primo matrimonio nacquero due figlie ma non durò perché la sua vita era sconfinata e il matrimonio era un confine. Mentre la seconda moglie fu una donna che entrò nella sua esistenza facendo un passo dopo l’altro fino a divenire presenza perpetua, grazie alla sua curiosità e allo spirito di avventura era in grado di sostenere una vita senza un centro fisso.
Un giorno Goffredo (Fofi) mi raccontò dell’inchiesta che lo aveva appassionato fu realizzata da Jack London e si chiamava Il popolo dell’abisso, era un’indagine audace; mi disse che fu il primo a ‘cantare’ la strada e riuscì a raccontarla mettendosi dentro alla narrazione con piglio sociologico. London si uccise nel suo ranch, era uno degli uomini più ricchi d’America; probabilmente l’immenso successo lo portò ad essere ciò che la società gli chiedeva di essere e si allontanò da lui.
Jack London riuscì a mantenere la promessa più bella che ha lasciato scritta: voglio essere una meteora ardente invece di essere un pianeta che tarda lentamente nell’oscurità.
