Diventare bibliotecaria mi ha dato la possibilità di costruire un poco alla volta la fiducia in me stessa. Per tanti anni ho lavorato in Umbria, anche alla Biblioteca Sperelliana di Gubbio, prima di trasferirmi definitivamente a Roma. Un giorno sono stata raggiunta dalla telefonata del responsabile della Biblioteca e mi informava che Goffredo Fofi voleva donare il suo fondo librario, desiderava che fosse conservato nella città dove era nato e rimasto fino alla maggiore età; in quel momento viveva a Roma e il direttore mi chiedeva un supporto per seguire la logistica del trasloco. Il numero dei volumi era quasi infinito. Quando i contenitori furono pronti, fu confermata la data per il ritiro e io mi sono recata a casa sua. Per me Goffredo Fofi non era solo la definizione di un nome proprio, nel periodo post-universitario ero abbonata alla rivista Lo Straniero, lo seguivo e con entusiasmo leggevo le riviste che curava, gli argomenti che trattava, le persone che sceglieva; da lettrice mi insegnò senza saperlo a non lasciarmi distrarre dalla mediocrità, dai fantasmi del pregiudizio e con il suo operato rimandava all’importanza di spendersi per l’amore della verità.
Quella mattina procedevo verso Via dei Giusti e con il rumore nella testa delle rotaie sotto ai piedi, attraversavo Roma, consapevole che quella giornata avrebbe avuto un valore storico dentro la mia esistenza. Ho dovuto salire tre piani, trovai la porta spalancata e gli operai al lavoro tra le numerose scatole piene di libri, alzai lo sguardo e vidi Goffredo abbandonare la poltrona per venirmi incontro, aveva in mano il suo bastone fidato, mi sorrideva era vestito di blu velluto. La casa era calda e piena di luce, lui continuava a salutare e io continuavo a ringraziare. Dal quel giorno abbiamo costruito la nostra amicizia durata tre anni. Inizialmente assomigliavamo al Maestro e la sua allieva, passavo il tempo ad ascoltare un uomo molto intelligente con un bagaglio di vita straordinario, ma negli anni quell’approccio di continua ammirazione si dissolse, rimase una grazia spontanea e umile confidenza. L’Umbria era il nostro spazio comune, conoscevamo il nomadismo e riferito alla nostra formazione Goffredo ripeteva ironicamente, «siamo due maestrini!.»
In Goffredo le idee e le azioni coincidevano, ho differenti esperienze di crescita come quando abbiamo presentato un libro significativo che identificava le forze che mettono insieme le persone per creare movimenti utili ad innescare il cambiamento. Lui veniva descritto anche come un uomo nevrotico, a volte respingente o umorale. Nei miei confronti non c’è stata mai questa oscillazione tra distruzione e ricostruzione, e ancora oggi svariati ricordi che si affacciano prepotentemente, come le nostre conversazioni durante il pranzo, mostrano una direzione nitida che intravedo. A volte lo raggiungevo a casa durante la mia pausa dal lavoro e quando arrivava il dolce clima primaverile lo raggiungevo in redazione, in Piazza Vittorio Emanuele, e andavamo a mangiare tanta verdura e riso.
Goffredo è diventato mio amico nel momento più fragile della sua esistenza, nonostante fosse carico di energia sconfinata, era operoso e progettava qualcosa ogni giorno, era anche spaventato e quando sentivo arrivare la sua paura come un’onda, lo sollevavo con ironia per lasciare fluire in disparte le vibrazioni negative. In fondo era stato sempre un pessimista, era attratto dal dolore ma non si comportava mai come un reduce, e tutta la risorsa umana che è riuscito a movimentare è stato anche un modo per difendersi dalle sue molteplici fragilità. Non ho mai pensato che sarebbe morto, nonostante gli anni trascorsi di vita terrena, perché la sua capacità di vedere e raccontare, di muoversi e sorridere era intatta.
Conservo dei quaderni con dentro le sue riflessioni sull’amicizia, la vita, l’amore, la rivoluzione, la vocazione, l’arte, l’emigrazione, la giustizia; la sera quando tornavo a casa scrivevo il nostro parlare.
Oggi, a un anno dalla sua scomparsa, mentre i pensieri mi rinnovano la sua assenza, prendo i quaderni e leggo, risalgo la sponda del tempo, seguo le impronte lasciate e sono confortata dai particolari dei momenti vissuti, che sarebbero evaporati se non l’avessi fissati con l’inchiostro.
Goffredo ha avuto una vita importante, amicizie decennali, ma quando affermava che per il nuovo c’è sempre tempo e che nasce dall’incontro tra chi sa e chi soffre, mi dicevo, «allora siamo il nuovo!» Tra i libri che ha scritto, più di mille come autore o curatore, c’è Strade maestre: ritratti di scrittori italiani un saggio che riesce a donarmi quella attenta curiosità che avevo quando raccontava di sé. In questo libro, lui si serve della sua storia personale per trattare la letteratura, sempre facendo chiarezza: «non avendo grandi idee o grandi teorie da proporre, ritenendomi un esemplare di autodidatta perenne, per formazione e vocazione, ho rivendicato la scelta del lettore partecipe, del lettore chiamato in causa, del lettore rispettoso ma che non accetta completamente la subalternità che molto vorrebbero fossero del lettore e che non idealizza oltremodo la letteratura, pur amandola ardentemente. Ho rivendicato il dialogo: con le opere, con gli autori, con i loro critici, con altri lettori, con me stesso.»
Nell’ultimo viaggio che abbiamo fatto in macchina, Goffredo mi ha affidato un compito e credo che riuscirò a compierlo.
GOFFREDO FOFI
Strade maestre: ritratti di scrittori italiani
Universale Feltrinelli
