La vita nuda

Luigi Pirandello è tornato inaspettatamente nella mia vita, come la vista silenziosa del punto luce di un aereo, mentre attraversa il cielo notturno, distante ma non abbastanza per non essere visto. È stato uno scrittore di levatura mondiale, nacque a Girgenti nel 1867, ha trattato la materia esistenziale in tempi in cui non veniva neanche presa in considerazione negli impasti letterari. Fu uno scrittore frenetico con “il bisogno di scritture di sfogo interiore”, incalzato da ricorrenti sventure domestiche e solo attraversandole sperimentò il male di vivere. Nel 1934 gli fu assegnato il Nobel per la letteratura. L’ho ritrovato a teatro grazie a un’opera lirica La vita nuda scritta in occasione degli ottant’anni dalla sua morte e dove alla fine ho pensato alle parole di Antonio Gramsci, a quando scrisse «Le commedie di Pirandello sono tante bombe a mano, che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti e di pensiero…». Tanto nella narrativa come nel teatro, si cela quasi sempre il riflesso dell’antitesi paradossale tra la vita e forma.

La novella fu scritta nel 1910 e il racconto ruota intorno a Giulia Consalvi, una giovane donna rimasta tragicamente vedova ancora prima di sposarsi, a causa della morte prematura del suo ricco fidanzato Giulio in un incidente di caccia. Per onorare la memoria dell’amato, Giulia decide di commissionare un grande monumento funebre da collocare nel cimitero del Verano. La scena si svolge nello studio dello scultore della capitale, Costantino Pogliani, ma l’idea che sottopone Giulia si basa su un bozzetto di un altro artista, Ciro Colli. Mentre l’artista Colli con una allegoria incarna la tentazione di eliminare ogni velo simbolico per raggiungere una verità assoluta, l’artista Pogliani comprende invece che l’essere umano ha bisogno di forme che gli consentono di attraversare il dolore. Ogni volta, leggere Luigi Pirandello significa riconoscere che non perde mai le parole e per questo motivo alla fine di ogni storia porti addosso un significato; è impossibile non considerarlo come un diretto precursore della letteratura esistenziale.

Quindi, da una parte c’è la finzione della forma e dall’altra l’autenticità della vita. Le forme bloccano il libero fluire dell’esistenza e, secondo Pirandello, spesso è in modo inconsapevole che la vita vi resta imprigionata, dando origine a una vera e propria «morte in vita». Accade, secondo lo scrittore, come difesa indispensabile contro una realtà troppo dolorosa per essere sostenuta nella sua completa nudità. La spontaneità del divenire e lo slancio tanto desiderato verso la libertà sono frenati dalle esigenze dettate dalle proprie fragilità che si affidano di volta in volta a schemi, forme, strutture e convenzioni utili a resistere, ma in quell’urto, inevitabilmente, l’esistenza si allontana dalla propria essenza, e allora per Luigi Pirandello l’assurdità è strettamente legata alla libertà.
Questa magnifica novella conduce senza indugio verso un’altra considerazione che riguarda il rapporto che abbiamo con l’arte; valore necessario della vita dello spirito, un rapporto che ci fa essere diversi da come saremmo senza vederci. Pirandello è sempre preoccupato di cogliere l’incoerenza umana perché tra le sue pieghe si annida, talvolta, la verità. La vita non è solo vitalità spontanea ma è arte, e come tale, siamo creatori di noi stessi.