Diversi anni fa, nel momento in cui ho scoperto Mario Tobino l’ho amato tantissimo, tra inevitabili alti e bassi. È stato uno psichiatra, il tema dei malati di mente costituisce uno dei motivi dominanti della sua narrativa; scriveva della follia per attirare l’attenzione dei sani, invitando a praticare la parte umana che è in ognuno. È stato uno scrittore prolifico, dividendosi tra la stesura di romanzi e racconti e la riflessione poetica. Memorabili le poesie che si rivolgono alla madre, al suo fantasma che Tobino idealizza, il suo ricordo che recupera frequentando la poesia. I primi lavori letterari, esordisce nel 1942, riscossero approvazioni solo da una cerchia ristretta di amici e di letterati, poi fu conosciuto da un pubblico più vasto. Il mio sentimento nei suoi confronti nasce per la sua capacità di amare la vita senza condizione, per metterla sempre in relazione alla sua sfumatura, la poesia appunto, e anche per avermi fatto superare il comfort di una lettura che definiamo scorrevole, quando dobbiamo imparare ad inciampare sulle parole, dobbiamo imparare ad inciampare, per mettere a fuoco cose che in altro modo non ci sarebbe possibile conoscere. Tobino mi ha insegnato che non esistono concetti insuperabili, se lo scrittore si comporta onestamente. Quello degli anni Cinquanta è il Mario Tobino della maturità, è sicuramente lo scrittore imprevedibile, che arriverà a vincere il Premio Strega nel 1962 con Il clandestino.
Nel 1972 vince il Premio Campiello con Per le antiche scale. Il manicomio fa da scenario ai pensieri del lettore, mentre legge una storia che è ambientata in un vecchio castello e che nei secoli ha mutato la sua destinazione; dove antiche scale di pietra scendono (metaforicamente) verso il senso della follia, lasciando il paradiso precario in cui l’umanità altra, pensa di vivere in una sana dimensione. È il sottile confine tra normalità e anormalità, il filo conduttore del libro, la sua spinta segreta e in un certo senso anche la sua giustificazione.
«Il dottor Anselmo abitava in manicomio. Mangiava alla mensa; aveva una stanza. Lo stipendio era gramo. Tutto era ristretto.» L’isolamento del protagonista nasce anche da una disillusione profonda nei confronti della politica che del comportamento sociale, ma resta intatta la sua volontà di aderire in modo disarmato alla sofferenza. Una posizione che in questo periodo storico si cerca di sostituire con la fuga, oppure si vorrebbe schivare, addirittura nascondersi, quando non possiamo fare altro che lasciarsi attraversare da ogni forma di sentimento.
Secondo Mario Tobino la follia può offuscare la voce dell’intelligenza, ma non riesce ad intaccare se non momentaneamente la voce dei sentimenti. «Lui amava tutto, anche nelle sue eccentricità, nei manierismi come quando si afferrava il piccolo pizzo e nervosamente lo strapazzava. Anche le sue inaspettate e immotivate paure gli sembravano incantevoli, espressioni di un uomo superiore, derivate da una rara delicatezza.»
Continuerò a proporre di leggere i libri di Mario Tobino, per avvicinarsi al suo talento, quello di saper narrare nelle pagine da lui scritte, racconti nella decantazione di un discorso, quasi privi di orpello metaforico e di intermittenze liriche, facendo restare la nuda descrizione della vita (o delle diverse vite!), che sola e con il semplice divenire, manifesta intensità.
MARIO TOBINO
Per le antiche scale
Mondadori
