La scrittura non si insegna – Intervista a Vanni Santoni

  1. Come sei diventato Vanni Santoni?

    Non credo di essere diventato ancora me stesso. Se, invece, la domanda è un modo per chiedere come sono diventato uno scrittore, la risposta è che è avvenuto per caso: diciassette anni fa frequentavo uno spazio autogestito a Firenze, si chiamava Elettro+, dal nome dell’azienda produttrice di prese elettriche che occupava un tempo lo stabile, e lì conobbi un gruppo di persone di poco più giovani di me che realizzava una rivista autoprodotta, “Mostro”. Se osai mandar loro un racconto fu perché la rivista si ispirava chiaramente a Borges, a Kafka, al Calvino delle Città invisibili, autori che conoscevo bene da lettore e che quindi potevo a mia volta provare a prendere a modello. È possibile che se avessero avuto un pantheon diverso non sarebbe scattato niente. Ma avevano quello, così scrissi un incerto racconticchio sullo stile di “Mostro” e glielo mandai. Loro lo scartarono ma mi invitarono alla riunione di redazione per discuterlo, e lì rimasi colpito dalla loro dedizione, nonché dall’atteggiamento già in qualche modo professionale che avevano, così tornai anche all’incontro successivo, con un nuovo racconto (potevo accettare lo smacco del rifiuto? giammai, anche se riconoscevo che il mio lavoro era ingenuo rispetto ai loro, pertanto non restava che insistere scrivendone di nuovi), e così ogni settimana finché non ne pubblicarono uno. Nel frattempo facemmo amicizia e da queste amicizie nacquero altri progetti anche dopo la fine dell’esperienza della rivista: grazie a loro imparai a masticare e respirare letteratura, e nel frattempo si era rotta una diga, dato che pochi mesi dopo avevo scritto un romanzuccio e ne avevo cominciato un altro… Il resto della storia, compreso il destino di quello sfortunato primo romanzo, l’ho raccontato solo pochi giorni fa qui.

  2. “La scrittura non si insegna”. Perchè hai scelto questa idea per scrivere?

     

    Questo libro nasce prima di tutto dalle domande che mi posi la prima volta che una scuola di scrittura mi chiese di effettuare una docenza. Vista la mia formazione, tardiva e tutta “sotterranea”, credevo in quell’idea un po’ romantica della scrittura come vocazione, e mi pareva altresì – lo penso tuttora, laddove il romanticismo è stato superato – che insegnare singole tecniche fosse un po’ assurdo considerato che i possibili libri sono infiniti, e infiniti i modi per arrivarci, ognuno specifico e unico per quel libro. Ponderai, ponderai, e alla fine conclusi che se non si poteva insegnare a scrivere, si poteva almeno insegnare a pensare come uno scrittore. Quello, vista la gavetta lunga e accidentata che avevo fatto (rispondendo ogni volta alle difficoltà con un innalzamento dell’impegno: che altro potevo fare?), mi pareva trasmissibile. Da lì ho insegnato per quasi un decennio in diverse scuole di scrittura italiane, finché è arrivata minimum fax e mi ha chiesto di formalizzare quel mio metodo poco ortodosso, di cui evidentemente si parlava in giro, in un libro.

  3. Questo libro è un concentrato di riflessioni utili per comprendere concetti in merito all’atto di scrivere, rivolto a chi sente di essere ispirato. Prima di scrivere è necessario essere lettori, ossia appassionati di letteratura, sviluppare il pensiero e non una tecnica. Giusto?

    Chi non legge moltissimo non scriverà mai niente di decoroso. Non c’è molto altro, se non la necessità di mettere poi nella scrittura lo stesso impegno che si è messo, prima, nella lettura.

  4. Quanto è faticoso scrivere? Non è un mestiere anche di resistenza, imprimere nella carta la narrazione?

    C’è questa idea dello scrittore come un tizio che se ne sta su un’amaca con un cocktail con tanto di ombrellino e che poi a un certo punto della giornata si alza e butta giù due righe perché sente l’ispirazione. Rispetto a questo stereotipo, la scrittura è certamente un mestiere faticoso, perché è indispensabile mettersi al computer o sul foglio ogni giorno, anche quando non se ne ha nessuna voglia, magari per tutto il giorno o per tutta la notte finché non esce qualcosa di utilizzabile, e dedicare il resto del tempo alla lettura. Ma avendo cominciato a scrivere tardi e avendo fatto altri lavori, so anche che scrivere per mestiere resta un privilegio, quindi mi guardo bene dal lamentarmi: è vero che non c’è mai un giorno di vacanza, ma dall’altro lato organizzo le giornate come pare a me e posso scrivere da qualunque luogo, quindi taccio e sgobbo.

  5. Domanda di rito: nella vita di un essere umano la lettura non è un bisogno primario. Possiamo veramente fare a meno di essere dei lettori?

    Per me la lettura è un bisogno primario, e credo lo sia per chiunque ha avuto la fortuna di incontrare i libri da piccolo, o almeno da giovane (io ho sempre letto ma il mio vero innesco è scattato quando ero grandicello, come ho raccontato qui), e appassionarsi. Si fa tanto parlare, specie in Italia, del fatto che ci sono pochi lettori, ma che siano pochi o pochissimi, la letteratura resta il dna e il sistema nervoso delle civiltà: non è poco, mi pare.