L’amore inutile

Il nuovo anno ci regala il nuovo romanzo di Gianfranco Di Fiore, L’amore inutile, una storia apparentemente semplice raccontata con una scrittura densa dove è impossibile non immergersi. Un uomo e una donna si trovano nello stesso spazio, invitati ad un matrimonio, lei non lo nota mentre lui dopo averla notata la osserva, chiede informazioni e poi le scrive una lettera. Si innesca un contatto, diventano una voce l’uno per l’altra, una situazione fatta di confessioni, divise più dal tempo che dallo spazio, in cui si insinua la nostalgia a causa dei numerosi ritorni, prigionieri di suggestioni confuse, restano a guardare una vita fuori, prima di comprendere quella che si portano dentro. L’autore attraverso il mondo che circonda i due personaggi conduce il lettore in giochi introspettivi, offrendo riflessioni a volte scomode, ma necessarie.

Ognuno, mentre percorre questa storia, si soffermerà sulle prospettive che desidera osservare, le opportunità sono numerose, personalmente ho guardato principalmente verso due direzioni, la prima riguarda l’importanza dell’amore, ossia la potenzialità intrinseca di rendere libero un essere umano. Sono approdata a questa riflessione per gioco inverso, la dinamica complessa di situazioni che caratterizzano la vita di una persona, spesso è una opportunità per innescare un cambiamento utile a conquistare la propria serenità emotiva, l’esperienza è ciò che ci capita oppure è ciò che facciamo con quello che ci accade? Forse l’amore inutile non esiste, semplicemente si definisce amore ciò che non lo è, per assenza di amor proprio. Ci sono dinamiche tra i due protagonisti che allontanano il lettore da questa parola, come l’esercizio del controllo sull’altro che rende rigida l’esperienza della scoperta, senza trarre forza dal sentire, spesso confuso. Ad esempio nei lunghi periodi di silenzio mentre si dissolve il contatto, si fortifica l’idea dell’altro che diventa il contenitore delle proprie fantasie, provocando una ricerca affannata. In questa storia è perfettamente restituita la persona emotivamente bisognosa a causa di un mondo interiore irrisolto, spinta ad investire di qualità qualcuno che non conosce. La seconda importante riflessione nasce da queste parole che ho sentito mie «per diventare un uomo bisognava innamorarsi almeno una volta», perché se ami in modo autentico almeno una volta nella vita, saprai distinguerla dalla sopravvivenza. Spogliarsi delle certezze significa superare la paura, unico modo per aprirsi ad un sentimento così profondo e l’amore non è mai inutile se è impegno invece che lotta.

Ho ritrovato lo scrittore che ho stimato nel romanzo che mi ha permesso di scoprirlo, dove le descrizioni hanno spesso un processo poetico che sostiene la presa di coscienza e le parole non fanno ombra perché sono scelte accuratamente. Non è difficile capire che Gianfranco Di Fiore è un lettore accanito, lo dimostra con la sfumatura del suo stile caratterizzato da continue intuizioni, espresse su diversi registri. Una lettura carica di descrizioni variegate, ci restituisce l’importanza della capacità di saper osservare, un istinto (?) che dovrebbe appartenere a chiunque decida di dedicarsi alla scrittura. «La pioggia cadeva sfibrata, e la strada fatta di pietre lisce e cemento era coperta da aghi di pino. La resina indurita brillava sulle cortecce umide degli alberi, i frutti uccisi dall’autunno assorbivano acqua e fango, distesi di fianco ai pacchetti di sigarette ammaccati, e si leggevano appena certi nomi di giovani amanti, scritti col pennarello rosa, sui muraglioni pieni d’erba che circondavano il campo da calcetto abbandonato. Le matasse di nebbia salivano in alto, verso la cupola della chiesa, vicino alla statua illuminata della Madonna, il vento le sfaldava guastandone i contorni e poi calavano nei frutteti, dove la notte i clienti si appartavano con le prostitute». 

Forse siamo troppo occupati a definire il bene dal male, quando dovremmo prima di tutto frequentare l’osservazione, solo così è possibile distinguere un giorno dall’altro, maturare delle scelte, evitare il male costituito dal tempo che scivola via, senza lasciare nulla di impresso sull’esistenza. Dentro questo libro si insegue un canto fin dalla copertina, tributo a Godard con un fotogramma tratto dal film Missione Alphaville, dove una ragazza viene liberata da un mondo oppressivamente logico; possiamo farcela, ma la nostra salvezza dipende solo da noi.

GIANFRANCO DI FIORE
L’amore inutile
Wojtek